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	<title>Laici Missionari Comboniani &#187; Bari</title>
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	<description>Coordinamento LMC Italia</description>
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		<title>Risonanze su iniziative nel territorio locale</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Dec 2019 06:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[Organizzato dal Centro Missionario dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, in data 9 ottobre si è tenuto presso la Sala Odegitria della Cattedrale di Bari un incontro dal titolo “Nuove sfide della missione: insieme contro la tratta” tenuto da suor Gabriella Bottani, Missionaria Comboniana e coordinatrice del network internazionale “Talitha Kum”. Talitha Kum è un’espressione che si trova [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/insieme-contro-la-tratta.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3451" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/insieme-contro-la-tratta-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>Organizzato dal Centro Missionario dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, in data 9 ottobre si è tenuto presso la Sala Odegitria della Cattedrale di Bari un incontro dal titolo <strong><em>“Nuove sfide della missione: insieme contro la tratta”</em></strong> tenuto da <strong>suor Gabriella Bottani, Missionaria Comboniana e coordinatrice del network internazionale <em>“Talitha Kum”</em></strong>.<br />
<em>Talitha Kum</em> è un’espressione che si trova nel Vangelo di Marco (5,41). La parola tradotta dall’aramaico significa: “fanciulla, io ti dico, alzati”. Queste parole sono rivolte da Gesù alla figlia di Giairo, una dodicenne che giaceva apparentemente senza vita. Gesù, dopo aver pronunciato queste parole la prese per mano e lei immediatamente si alzò e si mise a camminare. La parola <em>Talitha Kum</em> ha il potere trasformatore della compassione e della misericordia, che risveglia il profondo desiderio di dignità e di vita assopito e ferito dalle tante forme di sfruttamento.<br />
Suor Gabriella delinea i molteplici significati e contenuti che la tratta assume, partendo dalla constatazione che essa è una realtà molto vicina a noi più di quanto immaginiamo.<br />
La tratta è anzitutto un crimine contro l’umanità, contro la dignità e l’integrità della persona che ha come elemento fondante lo sfruttamento. Costituisce negazione della libertà, un sintomo grave della deriva del sistema economico che ci caratterizza.<span id="more-3455"></span><br />
Un’economia che si basa sul mercato legittima tutto quello che produce lucro, tutto ciò che fa incontrare domanda e offerta.<br />
Nella tratta il lucro ha costi umani alti perché viene mercificata la stessa persona. Ed è tutta l’umanità ad essere ferita, ciascuno di noi rimane deturpato nel momento in cui la persona diventa mero oggetto di scambio.<br />
L’immaginario collettivo tende a individuare lo sfruttamento caratterizzante la tratta in quello sessuale, ma è fortemente riduttivo.<br />
Suor Gabriella, perciò, ci aiuta a scorgere nelle diverse forme di vulnerabilità che ci circondano – vuoi materiali, vuoi professionali, vuoi psichiche, vuoi affettive – altrettanti volti della tratta di esseri umani.<br />
C’è lo sfruttamento del lavoro che avviene, in modo particolare, nel campo dell’agricoltura (nelle nostre zone soprattutto nel foggiano) e della pastorizia, dove vi è la speculazione sui Sikh del Bangladesh, nel campo dell’allevamento di gamberetti, sui pescherecci, nelle miniere, nella servitù domestica, nel campo delle costruzioni e dell’industria tessile.<br />
E, ancora, vi è il  traffico di organi e, naturalmente, quello di stampo sessuale comprensivo della pornografia, centri massaggi, escort.<br />
La speculazione può avvenire anche per un debito contratto (spesso per pagare il viaggio per raggiungere un altro luogo o il posto di lavoro ed ottenere cibo e alloggio) e si instaura una forma di dipendenza per cui le persone non possono sciogliere il vincolo lavorativo per timore o per il pericolo concreto di ripercussioni gravi alla propria persona o ad un familiare.<br />
A titolo esemplificativo viene riportata la situazione di tante ragazze nigeriane o rumene che arrivano in Italia e non riescono a liberarsi dalla mercificazione del loro corpo o dallo sfruttamento lavorativo prestato a condizioni al di sotto di ogni dignità perché sarebbero poi le famiglie a dover pagare il “conto”. In particolare, suor Gabriella narra la storia di una ragazza albanese che, nonostante il desiderio forte di uscire dallo sfruttamento, è stata costretta a rimanerci per proteggere il suo bambino di due anni in Albania: da mamma ha scelto la vita del figlio mettendo da parte la propria!<br />
Pertanto, dietro ogni ragazza che vediamo sulla strada c’è un dramma importante, c’è la negazione della dignità e della libertà.<br />
Tuttavia distinguere persone vittime della tratta è certamente difficile perché a differenza di altre forme di dipendenza non vi è un segno, un comportamento distintivo, esterno, visibile.<br />
Nella tratta è sottile, invisibile. Vediamo una parte delle vulnerabilità. Per scorgere la tratta bisogna avere il coraggio di guardare le situazioni dolorose della nostra società, iniziare a volgere lo sguardo che spesso distogliamo per paura o perché non sappiamo da dove iniziare e come comportarci. Il primo passo da fare è decostruire il nostro sguardo pieno di preconcetti e trasformarlo in sguardo di amore, di rispetto ed entrare in relazione con la persona. In ognuno quando si sente guardato con amore si scatena una sensazione di benessere. Ed è ciò che queste realtà implorano: suor Gabriella ci invita a immaginare l’effetto grande e positivo a livello emotivo di quelle persone attraverso questo sguardo d’amore di cui tutti possiamo essere capaci.<br />
Occorre sempre chiederci come Gesù guarderebbe tali realtà e prendere esempio!<br />
Ancora, l’altro sfruttamento sul quale suor Gabriella pone l’attenzione è quello ambientale.<br />
Con la <em>Laudato si’</em> papa Francesco pone in relazione l’ambiente umano con quello naturale, i quali si degradano insieme ma possono ricostruirsi insieme.<br />
Suor Gabriella evidenzia una ulteriore forte relazione tra ambiente, schiavitù e tratta: spesso la distruzione dell’ambiente va di pari passo con il lavoro schiavo e questo avviene, ad esempio, nel caporalato dove ci sono i ragazzi sfruttati nella raccolta dei pomodori e, al contempo, le ragazze sfruttate nel corpo.<br />
Ne consegue che per lavorare contro la tratta bisogna, anche, riqualificare la nostra relazione con l’ambiente e con la nostra umanità.<br />
Anche la differenziale di potere donna-uomo, poveri-ricchi, adulti-bambini rispecchiano forme di soggezione, di schiavitù.<br />
E, ovviamente, nel tempo attuale è incluso il differenziale tra cittadini-migranti: lo sfruttamento maggiore colpisce soprattutto coloro che non detengono un titolo o coloro a cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di uscire dal loro paese.<br />
La tratta esige conversione personale, economica e verso l’ambiente che ci circonda. Richiede interazione fra istituzioni statali e religiose e forze dell’ordine e tra le stesse rappresentanze delle religioni.<br />
E, soprattutto, dobbiamo avere l’umiltà di formarci, di riconoscere organismi e associazioni che già hanno esperienza nel campo e interagire con loro senza sovrapporci, per unire forze e risorse.<br />
I cammini di libertà sono faticosi ma quando Dio vuole una cosa “spiana le strade nel deserto”.<br />
Non siamo chiamati a liberare l’altro ma a camminare insieme nel percorso verso la libertà.<br />
La morte, la violenza non sono l’ultima parola, esiste sempre una luce che ci sprona a credere che ce la possiamo fare ad alzare la testa. È lo stesso Vangelo, la stessa missione a cui ciascuno è chiamato a spronarci ad “<em>alzare l’asticella della nostra umanità, dei nostri sogni e guardare in alto</em>” e in tutte le direzioni per donare quello sguardo d’amore verso il nostro prossimo.</p>
<p style="text-align: right;">Emilia Cassano</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/lo-avete-fatto-a-me.png" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3452" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/lo-avete-fatto-a-me-211x300.png" alt="" width="211" height="300" /></a>In data 15 ottobre presso la parrocchia Immacolata di Modugno (BA) <strong>don Carmelo La Magra, parroco della chiesa di San Gerlando in Lampedusa</strong>, ha guidato un <strong>incontro catechetico sulle parole “<em>Lo avete fatto a me</em>” tratte dal Vangelo di Matteo</strong> (25,31-46).<br />
Nel marasma delle posizioni sul tema migratorio, don Carmelo ci ha riportato nella prospettiva del Vangelo, nel quale il cristiano deve trovare i criteri di riferimento della propria condotta e che ci spinge a fare la differenza: differenza che non consta soltanto nel fare il bene, la carità, bensì nel riconoscere nell’altro Gesù.<br />
Ed il brano oggetto di riflessione lo esprime a chiare lettere. Ci viene ricordato che tutto trova il suo centro in Cristo e, quando il tempo finirà, sarà Cristo a tirare le fila del discorso venendoci finanche indicato il “metodo” con cui questo avverrà. Gesù individua lo “spartiacque” tra coloro che erediteranno il regno dei cieli e coloro che ne rimarranno fuori nell’atteggiamento di attenzione all’altro, nell’avere o nel non avere offerto al fratello più piccolo ciò di cui ha bisogno: precisamente da mangiare all’affamato e da bere all’assetato, la visita al malato e al carcerato, il vestito al denudato, l’accoglienza al  forestiero.<br />
“<em>Ogni volta che avete fatto queste cose a UNO SOLO di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me</em>”.<br />
Da questa espressione don Carmelo mette in evidenza diversi aspetti.<br />
Il primo è quello “numerico”: invita ad abbandonare la logica dei grandi numeri. Gesù pone l’attenzione non per la maggioranza ma per la singola persona. Il nostro comportamento anche con un solo fratello è decisivo del senso della nostra vita.<br />
Il secondo è quello del “prossimo”: non si tratta di distinguere buoni e cattivi ma di comprendere come ognuno è responsabile della vita dell’individuo che gli è posto accanto ed è questa vicinanza che pone la misura. È facile amare quelli che stanno lontani, faticoso amare la persona che più ci sta vicino, verso la quale siamo chiamati a condividere materialmente qualcosa, che prende i nostri spazi e che per questo, spesso, vorremmo confinare.<br />
Tutti amiamo i bambini dell’Africa ma a volte detestiamo un membro della nostra famiglia!<br />
E, soprattutto, il prossimo non è solo qualcuno da aiutare ma qualcuno da riconoscere.<br />
Don Carmelo indica il criterio dirimente tra cristiano e non cristiano che pure pone in essere opere caritative proprio nel riconoscimento di Gesù stesso nella persona a noi prossima.<br />
Gesù infatti afferma “<em>lo avete fatto a me</em>” e non è segno che lo avete fatto, non “è come se lo aveste fatto a me”: ossia vi è un’incarnazione di Gesù nell’affamato, nell’assetato, nel malato, nel denudato, nel carcerato, nello straniero.<br />
Egli diventa uomo, diventa uno di noi e scende più in “basso” identificandosi fisicamente e spiritualmente con l’umanità fragile da noi trattata come scarto e per la quale ci propinano sempre un motivo e un modo in più per continuare a farlo perché essa costituisce un problema, perché essa richiede un impegno da parte nostra.<br />
È Gesù stesso che ci mette in discussione e ci spinge ad andare oltre, di spezzarci e divenire pane per gli altri. Ciò senza distinzioni, innocenti o “colpevoli” che siano. Del povero ci serve sapere solo che è povero, è questa sua condizione ad essere la ragione per la quale lo dobbiamo amare. È questa l’identità dell’Eucarestia.<br />
È un invito alla conversione, a cambiare la direzione del nostro sguardo finché non distinguiamo quello di Gesù.<br />
Quindi si tratta di allenarci a riconoscere la presenza di Gesù altrimenti tutto diviene difficile e anche privo di significato professarsi cristiani.<br />
Il Signore ci chiede di riconoscerlo nel contesto storico, locale, ambientale, familiare nel quale viviamo. Sul punto, don Carmelo sottolinea come non vi è un luogo ideale per vivere da cristiani, per vivere la propria missione evangelica, per amare il povero.<br />
Non regge il discorso “se fossi nato in un ambiente differente, in una famiglia diversa sarebbe stato diverso, sarebbe stato più semplice, avrei fatto di più” e via dicendo.<br />
Vivere in un contesto piuttosto che un altro fa cambiare il nostro prossimo ma non la nostra missione.<br />
E di qui il riferimento alla comunità di Lampedusa che gli è stata affidata.<br />
Lampedusa viene descritta come l’isola delle “contraddizioni” ove si passa dal prossimo villeggiante – quindi benestante – al migrante che racchiude un po’ tutte le situazioni di sofferenza descritte nel brano del Vangelo di Matteo.<br />
E rispetto ad esse, con molta delicatezza e umiltà, don Carmelo afferma che insieme ai suoi parrocchiani si “limita” a fare quello che sa fare, ossia stare accanto, offrire ciò di cui l’altro ha bisogno nell’immediatezza, con tutti i limiti materiali, personali e di comunità.<br />
Crede che non si è chiamati a fare grandi cose ma fare il possibile, avere quello sguardo di tenerezza verso il bisognoso nel quale da cristiani dobbiamo sforzarci di vedere Cristo che poi penserà a moltiplicare le nostre forze.<br />
Don Carmelo descrive l’iniziativa di dormire sulle gradinate della Chiesa nata in occasione del blocco della Sea-Watch 3, non come azione di protesta – tiene a sottolineare – ma per un moto emotivo scatenato dalla presa visione di foto raffiguranti persone giacenti sui pontili della nave. Immagini che impedivano umanamente a don Carmelo e altri della comunità di riposare comodi nei propri letti: gli interlocutori dell’azione erano sempre coloro che in quel momento erano i loro prossimi, i migranti, tesa a far sentire loro vicinanza.<br />
E poi descrive l’approccio verso l’ultima tragedia avvenuta in mare rispetto alla quale don Carmelo e i suoi parrocchiani decidono di fare “semplicemente” quello che avrebbero fatto per un proprio caro defunto: predisporre gli ambienti, vegliare, sorreggere i familiari ove sopravvissuti, celebrare il funerale: lo stare accanto appunto.<br />
Descrive come la chiesa di San Gerlando di Lampedusa diventa il punto di riferimento di tutti – anche dei fratelli musulmani –, forse perché percepita come luogo sicuro, forse perché c’è un elemento fondante, che trascende noi stessi che ci richiama.<br />
L’immigrazione è una delle sfide del nostro tempo da cui non possiamo sottrarci. È una sfida per i cristiani per vivere quella Parola ed essere, così, davvero cristiani.</p>
<p style="text-align: right;">Emilia Cassano</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/tutti-possono-accogliere.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3453" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/tutti-possono-accogliere-213x300.jpg" alt="" width="213" height="300" /></a>In data 22 ottobre si è tenuto a Bari un <strong>incontro</strong> dal titolo <em><strong>“Tutti possono accogliere”</strong></em> organizzato dalla parrocchia Santa Maria del Fonte in Carbonara per rappresentare <strong>varie opportunità di accoglienza e sostegno di persone immigrate o rifugiate</strong> – compresi minori stranieri non accompagnati –, diverse dagli schemi tipici dell’affido e dell’adozione.<br />
Tra gli altri, sono stati descritti i progetti “Famiglie senza confini“ e “Rifugiati in famiglia” accomunati dall’intento di perseguire il modello di accoglienza decentrata e diffusa su “base familiare” con formule più flessibili, modellate sulle possibilità delle famiglie ospitanti e le esigenze dei migranti. Nessun altro luogo, infatti, meglio di una famiglia reale è capace di ricreare quel calore tipico dei legami familiari da cui i migranti sono lontani o del tutto  privati e rispondere all’esigenza di cura affettiva ed educativa.<br />
In particolare, il primo progetto è stato promosso dall’assessorato al Welfare del Comune di Bari in cooperazione con il Tribunale per i minorenni, il Garante regionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, il quale permette a famiglie, coppie o singoli adulti di ospitare temporaneamente, per un periodo massimo di 12 mesi, minorenni o neo maggiorenni soli, ossia scappati dai loro Paesi d’origine senza l’accompagnamento dei loro familiari nonché privi di un tutore o, in alternativa, di mettere a disposizione anche “solo” alcune ore del proprio tempo per accompagnarli negli studi e/o in altri percorsi ma, comunque, utili a dar loro dei punti di riferimento affettivi ed educativi.<br />
L’iter segue dei protocolli tesi a valutare, a formare ed accompagnare coloro che hanno dato la disponibilità (nonché i minori stessi) nell’inserimento.<br />
Ad oggi sono state realizzate 6 accoglienze, esperienze che coinvolgono nella rete del welfare tutta la società civile: per ulteriori informazioni e presentare la candidatura visitare il seguente link: <a href="https://www.comune.bari.it/web/servizi-alla-persona/immigrazione-servizi-erogati" target="_blank">https://www.comune.bari.it/web/servizi-alla-persona/immigrazione-servizi-erogati</a>.<br />
L’altro programma è stato ideato dall’associazione Refugees Welcome Italia con lo scopo di promuovere l’accoglienza in famiglia, l’incontro di culture diverse nonché provocare una scossa, un cambiamento nella mentalità sociale. I destinatari del progetto sono i titolari di protezione internazionale o umanitaria e di un permesso di soggiorno che hanno concluso i percorsi di cosiddetta “2<sup>a</sup> accoglienza” e conseguito una conoscenza base della lingua italiana con un piccolo grado di integrazione ma non ancora ad un livello tale da poter “camminare” in completa autonomia.<br />
Nello specifico si prefigge di sostenere i beneficiari nel prosieguo del percorso di indipendenza grazie alla collaborazione familiare dei cittadini resisi disponibili realizzando un’inclusione più profonda nel tessuto sociale, scolastico e professionale. Le situazioni esemplificative sono quelle delle mamme sole con bambini che, come tutti i genitori del mondo, necessitano di incastrare orari di lavoro e occorrenze personali quotidiane con le esigenze varie e imprevedibili dei figli e che risulta estremamente difficoltoso per donne sole in un contesto sociale sconosciuto: circostanza che porta, spesso, a rifiutare proposte di lavoro.<br />
Il meccanismo di funzionamento è molto snello, a portata di click: per candidare la propria disponibilità basta registrare la “propria casa” con i propri dati sul portale predisposto dall’associazione che incrocia “domanda e offerta” di accoglienza: <a href="https://refugees-welcome.it/cosa-puoi-fare-tu/#casa" target="_blank">https://refugees-welcome.it/cosa-puoi-fare-tu/#casa</a>.<br />
Una volta operato l’abbinamento ritenuto migliore, sarà la stessa associazione a pianificare un incontro tra famiglie disponibili individuate e migranti al fine di costruire insieme un percorso di accoglienza ad hoc, a misura del migrante e dei mezzi della famiglia o dei singoli.<br />
Ancora, un’altra forma per sostenere un minorenne straniero non accompagnato è diventare  tutore volontario, una figura che ha il compito di affiancare, uno o più minori (massimo 3) nelle occorrenze quotidiane, amministrative-legali, amministrarne l’eventuale patrimonio assicurando condizioni ottimali di accoglienza, l’accesso e l’esercizio dei diritti, l’accompagnamento in percorsi di educazione e integrazione.<br />
Alla descrizione delle varie forme di accoglienza “alternative” sono seguite testimonianze di famiglie residenti nel territorio che hanno fatto esperienza di accoglienza in casa, in particolare dei coniugi Petrucci, i quali hanno accolto con sé un adolescente e i coniugi Maffei che hanno accolto una mamma afgana con le sue due bambine.<br />
Esempi di interazione possibile, con tutte le difficoltà del caso, connesse all’età infantile e adolescente, alla convivenza e al ridimensionamento degli spazi, dei momenti di stallo ma compensati dalla gioia grande di condividere, dall’arricchimento umano e dal privilegio di conoscere le storie dei migranti.<br />
Esperienze che dimostrano come l’affetto e, soprattutto, l’educazione domestica aiuti i bambini e ragazzi stranieri ad aprirsi, a predisporsi all’integrazione e curi i traumi subiti nel loro vissuto di guerra, di povertà e nel viaggio inumano di anni per giungere fin qui, intrapreso perché i genitori o loro stessi sono attratti dalla promessa di una prospettiva migliore, di un posto di lavoro idoneo a garantire alla propria famiglia un’esistenza dignitosa.<br />
Tali progetti e testimonianze evidenziano quanto grande crea il piccolo, come  i gesti di attenzione e tenerezza, l’ambiente in cui si cresce cambino le sorti di una persona.<br />
Con il metodo famiglia si crea quel supporto morale e materiale utile per far diventare indipendenti i migranti, proprio come si fa con i figli che lo stesso non ti scegli.<br />
Ma ciò presuppone un’azione attiva: aprire la porta fisica e quelle delle proprie menti e dei propri cuori. Sono i piccoli passi che fanno la storia.<br />
Prima che un dovere civico è un imperativo morale che lo stesso momento storico ci impone.<br />
E, sicuramente, è più agevole farlo potenziando la cooperazione tra canali istituzionali e sociali perché senza una comunità “dall’alto e dal basso” che renda generativi idee e progetti tutto rimarrebbe sul piano astratto.<br />
Mettere insieme, in condivisione, i pezzi, per fare la differenza.</p>
<p style="text-align: right;">Emilia Cassano</p>
<p>
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		<title>Incontro 30 novembre 2019</title>
		<link>http://www2019.laicicomboniani.it/incontro-30-novembre-2019/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Dec 2019 19:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[MOMENTO DI PREGHIERA INIZIALE &#160; Canto: Kumbaya &#160; Lettore 1: Lo scorso 17 novembre abbiamo vissuto la terza Giornata Mondiale dei Poveri istituita da papa Francesco per gettare uno sguardo sulle povertà spirituali ed economiche che affliggono il nostro tempo e che ci costringono positivamente a riflettere sul nostro cammino di fede, sui nostri stili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>MOMENTO DI PREGHIERA INIZIALE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Kumbaya</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Lo scorso 17 novembre abbiamo vissuto la terza Giornata Mondiale dei Poveri istituita da papa Francesco per gettare uno sguardo sulle povertà spirituali ed economiche che affliggono il nostro tempo e che ci costringono positivamente a riflettere sul nostro cammino di fede, sui nostri stili di vita, sulle nostre scelte. Non a caso, il nostro incontro di oggi precede la prima domenica d’Avvento, l’inizio di un nuovo anno liturgico che vogliamo vivere nel segno delle povertà, impegnandoci a colmarle e, al contempo, imparando dai poveri, perché loro sono il volto di Dio. È bello pensare l’Avvento e la Giornata Mondiale dei Poveri in continuità: l’<em>adventus</em>, la venuta di Cristo accade realmente solo se abbiamo il coraggio di farci piccoli e con umiltà incontrare il povero. Leggiamo insieme – ognuno spontaneamente – alcuni versetti tratti dai Salmi:<span id="more-3446"></span></p>
<p>Perché il misero non sarà mai dimenticato.<br />
La speranza dei poveri non sarà mai delusa. (Sal 9,19)</p>
<p style="text-align: right;">Sorgi, Signore Dio, alza la tua mano,<br />
non dimenticare i poveri. (Sal 10,12)</p>
<p>Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani.<br />
A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto. (Sal 10,14)</p>
<p style="text-align: right;">Tu accogli, Signore, il desiderio dei poveri,<br />
rafforzi i loro cuori, porgi l’orecchio. (Sal 10,17)</p>
<p>Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri,<br />
ecco, mi alzerò – dice il Signore – ;<br />
metterò in salvo chi è disprezzato. (Sal 12,6)</p>
<p style="text-align: right;">Voi volete umiliare le speranze del povero,<br />
ma il Signore è il suo rifugio. (Sal 14,6)</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Lettore 2: Dal Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale dei Poveri 2019</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/giornata-mondiale-poveri-2019.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3447" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/giornata-mondiale-poveri-2019-300x150.jpg" alt="" width="300" height="150" /></a>«La speranza dei poveri non sarà mai delusa» (<em>Sal</em> 9,19). […]<br />
Nel momento della composizione di questo Salmo si era in presenza di un grande sviluppo economico che, come spesso accade, giunse anche a produrre forti squilibri sociali. […]<br />
Era il tempo in cui gente arrogante e senza alcun senso di Dio dava la caccia ai poveri per impossessarsi perfino del poco che avevano e ridurli in schiavitù. Non è molto diverso oggi. […]<br />
Quante volte vediamo i poveri nelle <em>discariche</em> a raccogliere il frutto dello scarto e del superfluo, per trovare qualcosa di cui nutrirsi o vestirsi! Diventati loro stessi parte di una discarica umana sono trattati da rifiuti, senza che alcun senso di colpa investa quanti sono complici di questo scandalo. Giudicati spesso parassiti della società, ai poveri non si perdona neppure la loro povertà. Il giudizio è sempre all’erta. Non possono permettersi di essere timidi o scoraggiati, sono percepiti come minacciosi o incapaci, solo perché poveri. […]<br />
L’impegno dei cristiani, in occasione di questa <em>Giornata Mondiale</em> e soprattutto nella vita ordinaria di ogni giorno, non consiste solo in iniziative di assistenza che, pur lodevoli e necessarie, devono mirare ad accrescere in ognuno l’attenzione piena che è dovuta ad ogni persona che si trova nel disagio. «Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione» (EG 199) per i poveri nella ricerca del loro vero bene. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Da una lettera di padre Ezechiele Ramin a Paola Trevisan (Padova, gennaio 1972)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">[…] Se mi vorrai seguire su questa strada i tuoi occhi incontreranno molti sorrisi e lo sai perché? Perché portare il Cristo è portare la gioia. Io seguo la strada del missionario, ma questo non perché io abbia scelto Dio, ma perché Dio mi cerca e continuamente mi chiede se lo voglio seguire. Me lo chiede quando aiuto la gente che ha dei problemi, quando mi caccio nei guai per loro, quando difendo l’uomo, quando mi sforzo di non considerare mai nessuno come irrecuperabile, quando credo ad una persona anche quando so che mi inganna. «Se uno ti cita in tribunale per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello, se ti vuole costringere a fare un miglio con lui, fanne due…».</p>
<p style="text-align: justify;">[…] La gente ha sempre bisogno di chi vuol fare del bene. Oggi ci sono molti esclusi, molti emarginati, molti dimenticati. Dimenticati negli ospedali, nelle carceri, emarginati negli ospizi, nei riformatori, nelle baracche, esclusi dalla vita umana. Come si può restare indifferenti a questo dolore dell’uomo?? Non sono un idealista, utopia non è Amare anche questa gente, utopia è non amare!! In un tempo come il nostro che ci ha soffocato il Cristo tra i grattacieli, l’asfalto, le strade, i treni, le macchine, occorre trovare il volto del Cristo tra i fratelli anche se vestono male, anche se non li conosciamo. […]<br />
Per interessarsi alla gente, dei suoi problemi, ci vuole un amore grande che ti possa dare la forza di non stancarti mai. Ed è difficile. Fino ad ora tutto è andato liscio, ma quando ci sarà della gente che ti imbroglierà, che ti userà violenza, allora sarai al banco di prova: non si può amare solo la gente che ci fa comodo… […] Io credo comunque alla gente anche quando so che mi imbroglia. È difficile vedere Cristo in questa gente, eppure c’è!! […]</p>
<p style="text-align: justify;">Sono contento quando vedo il sorriso di una persona, quando la posso aiutare, quando ricevo Cristo, quando alle volte mi dimentico per gli altri, quando ho speso bene la mia giornata. Sono contento quando vivo veramente. […]</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Condivisioni, risonanze, preghiere spontanee alla luce dei messaggi ascoltati</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gesto delle mani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Disegniamo l’impronta della nostra mano sul cartellone e scriviamo il nome di una persona o di una situazione di fragilità che ci impegniamo a prendere a cuore durante questo tempo di Avvento. Alcune impronte potranno sovrapporsi: sarà il richiamo a sostenerci vicendevolmente, in quanto in alcuni casi è necessario aiutare non come singoli, ma come gruppo/comunità.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Mani</p>
<p>
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		<title>Risonanze su iniziative nel territorio locale</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 11:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[In data 28 settembre l’Ufficio Ecumenismo e dialogo interreligioso e l’Ufficio Pastorale Sociale e del lavoro hanno promosso presso la spiaggia “Pane e Pomodoro” di Bari la Giornata per la Custodia del Creato: nella prima parte, equipaggiati con guanti e foglietti, i partecipanti all’iniziativa si sono attivati nella pulizia della spiaggia (rinvenute moltissime cicche di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/giornata-ecumenica-creato.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3431" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/giornata-ecumenica-creato-300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>In data 28 settembre l’Ufficio Ecumenismo e dialogo interreligioso e l’Ufficio Pastorale Sociale e del lavoro hanno promosso presso la spiaggia “Pane e Pomodoro” di Bari la <strong>Giornata per la Custodia del Creato</strong>: nella prima parte, equipaggiati con guanti e foglietti, i partecipanti all’iniziativa si sono attivati nella pulizia della spiaggia (rinvenute moltissime cicche di sigarette e microplastiche) e nella sensibilizzazione dei passanti sulle tematiche della custodia del creato; nella seconda parte, assieme a fratelli e sorelle delle altre confessioni religiose presenti nel territorio locale, si è pregato insieme mediante alcuni testi delle diverse tradizioni spirituali. Tra le varie riflessioni dei rappresentanti delle religioni presenti è emersa quella che l’essere umano anziché governare ha inteso sfruttare la creazione e che occorre recuperare il senso dell’amministrare con responsabilità la nostra casa comune, tutelandone la sua bellezza.</p>
<p style="text-align: right;">Fabrizio Sforza<span id="more-3430"></span></p>
<p style="text-align: right;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/29set2019.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3432" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/29set2019-244x300.jpg" alt="" width="244" height="300" /></a>“Non si tratta solo di migranti”: il filo rosso della <strong>105<sup>a</sup> Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato</strong>, quest’anno celebrata il 29 settembre e che l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto ha vissuto presso la parrocchia di Santa Maria del Fonte in Bari-Carbonara.<br />
Un’intensa giornata di sana interazione umana e culturale tra circa 300 persone di ben 24 Paesi del mondo quali Costa d’Avorio, Siria, Nigeria, Brasile, Venezuela, Spagna, Burkina Faso, Messico, Albania, Indonesia, Madagascar, Filippine, Croazia, Senegal, Gambia, India, Ghana, Nigeria, Bulgaria, Russia, Hong Kong, Algeria, Georgia, oltre, chiaramente, l’Italia.<br />
In particolare, l’Ufficio Migrantes diocesano – nel quale prestano servizio alcuni componenti del nostro gruppo LMC di Bari – e la comunità parrocchiale ospitante hanno articolato la giornata in diversi momenti a carattere interetnico, fatti di giochi interattivi (volti ad educare i più “piccoli” all’interculturalità), di pietanze e danze tipiche dei vari popoli partecipanti, di riflessioni attraverso l’ascolto diretto di persone immigrate ed emigrate, culminati con la celebrazione eucaristica.<br />
Momenti tutti animati insieme alle stesse comunità etniche ed associazioni presenti sul territorio con l’intenzione comune di riportare al centro LA PERSONA. Perché, per l’appunto, non riguarda solo il migrante o il rifugiato ma, come ci ha indicato papa Francesco, riguarda “TUTTA LA PERSONA e TUTTE LE PERSONE” in quanto tali.<br />
Si tratta di tante situazioni, atteggiamenti e mentalità da assumere, smussare o cancellare: non si tratta di invocare garanzie a beneficio esclusivo di determinati soggetti o di una cinica salvaguardia dei propri “confini” (<em>rectius</em> interessi) fisici, sociali e lavorativi ma si tratta di farsi prossimi a tutte le fragilità materiali ed esistenziali, di studiare forme di garanzia e sviluppo a servizio di tutti senza distinzioni, se non quelle imposte da ragioni di equità, trattandosi, quindi, di dare sostanza alla previsione formale dei principi Personalista e di Uguaglianza come sanciti dalla stessa nostra Carta Fondamentale. Non si tratta di mercificare l’altro ma di convertire il profitto economico sull’altro in profitto umano con e per l’altro, imponendolo come fulcro della condotta personale, prima, e dell’azione politico-amministrativa, poi. Non si tratta di giudicarci l’un l’altro o di farlo sulla base della provenienza socio-culturale o etnica di appartenenza ma si tratta di guardarsi negli occhi, mettersi nei panni e nella prospettiva dell’altro, nel punto di partenza e di cammino della sua storia come incisa dal contesto familiare ed educativo di riferimento per riconoscerne potenzialità, comprenderne limiti e sofferenze, aiutandoci l’un l’altro a “lenire, curare e salvare”; si tratta di rendere visibile chi è stato reso invisibile, “clandestino”. Non si tratta solo di accogliere ma, soprattutto, d’integrare, come si evince dalle stesse testimonianze ascoltate nella seconda parte della giornata rese da coloro che hanno vissuto il distacco, spesso forzato, dalla propria terra d’origine: incroci di storie diverse ma accomunate dall’istinto di sopravvivenza, dalla speranza di assicurare ai propri cari un futuro dignitoso ovvero il rispetto delle prerogative fondamentali – da noi, ormai, date così scontate al punto tale da non scorgerne più il loro valore – nonché dalla volontà d’impegnarsi a fare la propria parte.<br />
Necessità che hanno trovato risposta in una mano tesa, in un’ospitalità, un primo passo certamente importante ma che deve essere seguito dalla creazione di condizioni volte a rendere la persona accolta autonoma, parte integrante e attiva della società altrimenti, oltre che lesivo del migrante, rappresenterà, per la stessa comunità ospitante, sempre e solo un peso, un costo.<br />
In particolare, abbiamo ascoltato David, un ragazzo nigeriano dall’indole simpatica e briosa dietro la quale vi è l’amara esperienza del viaggio – fisico e psicologico – affrontato per fuggire dalla sua città, martoriata da conflitti e terrorismo, dei 3 mesi trascorsi nel lager libici, della traversata in mare e del successivo soggiorno nel Cara di Bari Palese. Con un volto visibilmente commosso e grato testimonia di aver vissuto una toccante esperienza di ospitalità grazie alla comunità parrocchiale San Marcello di Bari. La sua “rinascita” è iniziata con un invito a cena la sera della vigilia di Natale da parte di una famiglia: un calore umano che lo ha colmato dei propri “vuoti esistenziali”, esplicativo del fatto che non servono azioni straordinarie ma basta curare gesti semplici di attenzione per creare interazione e cambiare la vita di una persona e, soprattutto, di una persona privata di ogni cosa, anche dei suoi affetti. Ora David vive autonomamente a Bari ed è coinvolto nell’associazione “Progetto Carbonara” ove cura iniziative tese ad aggregare ragazzi nigeriani e di altre etnie presenti sul territorio.<br />
Poi abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare José, venezuelano, una storia di grande fatica lavorativa per l’inserimento nella nostra società, il quale denuncia la difficile crisi politico-economica e umana del suo Paese natale, della riduzione in una condizione al limite – o meglio al di sotto – dell’umanità e dignità ove povertà, terrore e delinquenza fanno da padrone, a livelli tali da privare ogni minimo diritto e libertà, compresa quella d’uscita. Ma, nonostante tutto, descrive con orgoglio lo splendore del suo Paese!<br />
Una testimonianza voluta sia per richiamare la considerevole presenza dell’America Latina nel nostro territorio alimentata, in parte, proprio dalla crisi venezuelana, sia per ribadire che l’attenzione deve rivolgersi non solo alla situazione africana, al migrante che arriva con il barcone, ma essere ad ampio raggio, in linea con la traccia lanciata dal papa nonché con la stessa pastorale Migrantes la quale si rivolge – oltre che a tutti gli immigrati di qualsiasi etnia estera stabilmente presenti sul nostro territorio in possesso di un titolo di soggiorno e i richiedenti asilo e rifugiati – anche gli emigrati italiani all’estero, i circensi, i giostrai, i rom, i sinti e tutti coloro che per il lavoro svolto o altra ragione si trovano sul territorio nazionale senza residenza stabile.<br />
L’ultima testimonianza è stata di un ragazzo originario del Burkina Faso, in Italia da 3 anni di cui 2 nel Cara che, dopo lo scontro con una realtà diversa da quella che si immaginava, quasi di delusione, ha trovato nella scuola il suo “rifugio”, scorgendo una provvidenza rispetto alla classe in cui è stato inserito, ove nessuno gli faceva notare o pesare che fosse “straniero”, rispetto ad alcuni incontri e al progetto presso la parrocchia San Marcello in cui successivamente è stato immesso che gli hanno dato la forza di andare avanti. Sottolinea con forza l’importanza di studiare, d’impegnarsi per uscire dall’impasse dell’inserimento e dalla mera assistenza sociale: anche lui adesso è impegnato lavorativamente in un tirocinio e socialmente: “la famiglia non è qualcosa che ha a che fare con il sangue” – afferma con grande gratitudine –  “ma è fatta di persone che ti sono vicino, disponibili ad aiutarti, che ti danno delle chance e tutti hanno diritto a un’opportunità per rialzarsi!”.<br />
Momenti di profonda riflessione voluti per educarci all’ascolto dell’altro – perché se non ci ascoltiamo facciamo fatica a interagire – e che hanno dato modo di riflettere sulle tante “fortune” a nostra disposizione che diamo per acquisite.<br />
A conclusione della giornata, è stata celebrata la santa messa presieduta dall’arcivescovo mons. Cacucci, anch’essa caratterizzatasi da un’animazione interculturale apertasi con la grazia di 5 bambini che hanno condotto all’altare delle candele rappresentanti i 5 continenti, proseguita con la liturgia della Parola proclamata in lingua italiana, inglese e francese e il momento dell’offertorio segnato dall’<em>Offerta dell’incenso</em>, rito di derivazione della liturgia ebraica.<br />
Un momento in cui la fede e la preghiera hanno fatto da minimo comune denominatore delle diversità o, quanto meno, di rispetto e raccoglimento laddove vi era una professione di religiosità differente, in cui l’arcivescovo ha disegnato gli spostamenti migratori come “progetti creati da Dio”, esortando a riconoscersi e ritrovarsi come unica famiglia, come Figli di un unico Padre e nessun Padre opera distinzioni tra i propri figli, e se Dio, i genitori non le operano, ancor meno dovremmo sentirci legittimati a farlo noi rispetto ai nostri fratelli e sorelle.<br />
Per cui, in quanto unica Famiglia e Fratelli, l’arcivescovo esorta ad aprire le porte del cuore e delle nostre case e, in particolare, delle parrocchie  dell’Arcidiocesi attraverso l’incentivazione della pratica dei corridoi umanitari e delle varie forme di accoglienza diffusa: se ogni comunità parrocchiale si impegnasse nell’accoglienza e nell’integrazione anche di una sola persona sarebbe un grande passo verso la composizione in senso di corresponsabilità della questione migratoria, un’opportunità per dare la speranza e vivere la carità evangelica.<br />
Si tratta che tutti abbiamo bisogno di FAMIGLIA!</p>
<p style="text-align: right;">Emilia Cassano</p>
<p>
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		<title>Incontro 26 ottobre 2019</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2019 11:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[MOMENTO DI PREGHIERA INIZIALE &#160; Canto: Kumbaya &#160; Lettore 1: Il 15 ottobre 2017 papa Francesco indiceva un Sinodo speciale dei vescovi per la regione panamazzonica, avente come obiettivo principale “individuare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza prospettive di un avvenire sereno, anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>MOMENTO DI PREGHIERA INIZIALE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Kumbaya</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Il 15 ottobre 2017 papa Francesco indiceva un Sinodo speciale dei vescovi per la regione panamazzonica, avente come obiettivo principale “individuare nuove vie per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza prospettive di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”.<br />
Il cardinale Cláudio Hummes, nominato dal papa relatore generale del Sinodo, afferma che “il Sinodo porterà nuove strade per l’Amazzonia e questo si rifletterà in tutto il mondo, in quanto tratta temi che vanno dalla crisi climatica ed ecologica al volto di una Chiesa sempre più missionaria,  dai nuovi modelli di sviluppo al diritto universale all’acqua, dal futuro di questa regione, ma anche e soprattutto al futuro della Chiesa, affinché il grido dei poveri e della terra non rimanga inascoltato”.<span id="more-3425"></span></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Preghiamo insieme la <em>preghiera per il Sinodo</em></strong></p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-3361" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/sinodo-amazzonia.png" alt="" width="205" height="246" />Signore, aiuta la tua Chiesa ad ascoltare<br />
i popoli dell’Amazzonia,<br />
e a rispondere con loro<br />
alla devastazione<br />
delle persone e dell’ambiente.<br />
L’Amazzonia in tutta la sua biodiversità<br />
e ricchezza culturale<br />
è “uno specchio di tutta l’umanità”.<br />
Per difenderlo, tutti dobbiamo fare dei cambiamenti – in noi stessi,<br />
nelle nostre nazioni,<br />
e all’interno della Chiesa.<br />
Mentre percorriamo questo cammino<br />
che Laudato Si’ mette di fronte a noi<br />
cerchiamo di essere più consapevoli<br />
della crisi ecologica e culturale<br />
del bacino amazzonico,<br />
e imparare ad assistere e custodire meglio la creazione.<br />
Cerchiamo di unirci coraggiosamente<br />
per combattere<br />
contro le ingiustizie, tra cui:<br />
perdita di territorio,<br />
sfruttamento,<br />
minacce alla biodiversità<br />
e l’imposizione di<br />
modelli culturali ed economici<br />
che sono estranei alla vita delle popolazioni indigene, ovunque.<br />
Insegnaci, Signore, ad ascoltare profondamente, ad agire con giustizia,<br />
ad amare con tenerezza<br />
e a camminare umilmente su questa terra.<br />
Amen.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 2:</strong> Padre Ezechiele Ramin, missionario comboniano originario di Padova, è uno dei tanti martiri della lotta per la difesa dell’Amazzonia, delle sue genti e dei diritti umani.<br />
Durante il Sinodo per l’Amazzonia, qualche giorno fa, gli indigeni dell’Amazzonia hanno invocato lo Spirito dell’acqua, della terra, della foresta. Hanno abbracciato con grandissima emozione i fratelli di Lele Ramin, giovane missionario comboniano ucciso 34 anni fa per essersi schierato dalla loro parte. Hanno cantato e portato in processione la copia della sua maglia bagnata di sangue.<br />
Sempre in occasione del Sinodo, Antonietta Papa, suora in Amazzonia e compagna di lavoro e di lotta, ricorda gli ultimi giorni di Lele minacciato di morte ma senza paura: «La fiducia in Dio ci impegna fino in fondo, amava ripetere».</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 3: Estratto della lettera di padre Ezechiele Ramin a suor Giovanna Dugo e a suor  Liliana Barzon (Cacoal, 25 dicembre 1984)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Carissima Giovanna, carissima Liliana,<br />
oggi qui è Natale, per questo vi scrivo. Ho letto con attenzione le vostre lettere. Avete lavoro in  abbondanza. Vi spedisco le foto di un leader indio assassinato un anno fa: Marçal Tupã-i. Ho fatto  il conto matematico: ogni cinque giorni un leader delle CEBs (Comunità ecclesiali di base) viene  assassinato. Chi vince uccidendo pare che abbia anche ragione, ma io so già fin d’ora che i morti gli apparterranno.<br />
La morte è buona con noi solo se ci aiuta, senza forzarci la mano, a ben guardarci l’un l’altro come  fratelli e sorelle. Qui molta gente aveva terra, è stata venduta. Aveva casa, è stata distrutta. Aveva  figli, sono stati uccisi. Aveva aperto strade, sono state chiuse. A queste persone io ho già dato la  mia risposta: un abbraccio!</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Condivisioni, risonanze, preghiere spontanee alla luce dei messaggi ascoltati</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gesto dell’abbraccio</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Ci scambiamo vicendevolmente un abbraccio, piccolo gesto di fraternità, vicinanza, incoraggiamento per le grandi e piccole sfide quotidiane che ciascuno/a di noi si trova ad affrontare in questo momento della propria vita.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Pai nosso dos mártires</p>
<p>
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		<title>Incontro 21 settembre 2019</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Oct 2019 06:13:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[MOMENTO DI PREGHIERA CONCLUSIVO &#160; Canto: Anima missionaria (1a strofa e ritornello) Signor, dammi una vita nuova, prima che la speranza, svanisca dentro me. Son pronto, a quello che tu vuoi, far della vita un dono, tu chiamami a servir. Portami dove c’è gente, che ha bisogno della tua Parola, della fede, e della carità. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>MOMENTO DI PREGHIERA CONCLUSIVO</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Anima missionaria (1<sup>a</sup> strofa e ritornello)</p>
<p>Signor, dammi una vita nuova,<br />
prima che la speranza,<br />
svanisca dentro me.<br />
Son pronto, a quello che tu vuoi,<br />
far della vita un dono,<br />
tu chiamami a servir.</p>
<p>Portami dove c’è gente,<br />
che ha bisogno della tua Parola,<br />
della fede, e della carità.<br />
Dove manca la speranza,<br />
dove tutto è sempre buio,<br />
che io porti, la luce del tuo amor.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>1° MOMENTO: in ascolto del Magistero della Chiesa</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Ogni inizio di anno pastorale è segnato da alcuni appuntamenti che ci propongono di dedicare la nostra preghiera, soffermare la nostra riflessione e alimentare il nostro impegno sui temi dell’<strong>integrità del creato</strong> e della <strong>missione</strong>. Accanto a questi due temi, da quest’anno nel calendario della Chiesa universale se ne aggiunge un terzo: le <strong>migrazioni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Attraverso alcuni segni e alcuni stralci dei messaggi in preparazione alle Giornate dedicate a queste tematiche, ci predisponiamo a vivere a livello diocesano – assieme a padri e suore comboniane – gli appuntamenti in programma nelle prossime settimane.<span id="more-3356"></span></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Viene portato dinanzi all’altare un <span style="text-decoration: underline;">catino con l’acqua</span>, uno dei segni del sacramento del Battesimo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 2: Dal messaggio di papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3358" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/battezzati-e-inviati-300x126.jpg" alt="" width="210" height="88" />Cari fratelli e sorelle,<br />
per il mese di ottobre del 2019 ho chiesto a tutta la Chiesa di vivere un tempo straordinario di missionarietà per commemorare il centenario della promulgazione della Lettera apostolica “Maximum illud” del Papa Benedetto XV [...].<br />
Il titolo del presente messaggio è uguale al tema dell’Ottobre missionario: <strong>Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo</strong>.<br />
[...] È un mandato che ci tocca da vicino: io sono sempre una missione; tu sei sempre una missione; ogni battezzata e battezzato è una missione. Chi ama si mette in movimento, è spinto fuori da sé stesso, è attratto e attrae, si dona all’altro e tesse relazioni che generano vita. Nessuno è inutile e insignificante per l’amore di Dio. Ciascuno di noi è una missione nel mondo perché frutto dell’amore di Dio.<br />
[...] Nel Battesimo è insito l’invio espresso da Gesù nel mandato pasquale: come il Padre ha mandato me, anche io mando voi pieni di Spirito Santo per la riconciliazione del mondo (cfr Gv 20,19-23; Mt 28,16-20). Al cristiano compete questo invio, affinché a nessuno manchi l’annuncio della sua vocazione a figlio adottivo, la certezza della sua dignità personale e dell’intrinseco valore di ogni vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. Il dilagante secolarismo, quando si fa rifiuto positivo e culturale dell’attiva paternità di Dio nella nostra storia, impedisce ogni autentica fraternità universale che si esprime nel reciproco rispetto della vita di ciascuno. Senza il Dio di Gesù Cristo, ogni differenza si riduce ad infernale minaccia rendendo impossibile qualsiasi fraterna accoglienza e feconda unità del genere umano. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Mentre rileggiamo e meditiamo in silenzio il messaggio ascoltato, passerà il catino con l’acqua: facciamo memoria, intingendo le nostre dita e segnandoci con il segno della croce, del Battesimo ricevuto, il sacramento che secondo papa Francesco ci rende “discepoli e missionari”.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Viene portato dinanzi all’altare un <span style="text-decoration: underline;">cestino</span>, l’elemento che rappresenta lo scarto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 3: Dal messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3359" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/non-si-tratta-solo-di-migranti-185x300.jpg" alt="" width="185" height="300" />[...] Le società economicamente più avanzate sviluppano al proprio interno la tendenza a un accentuato individualismo che, unito alla mentalità utilitaristica e moltiplicato dalla rete mediatica, produce la “globalizzazione dell’indifferenza”. In questo scenario, i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta sono diventati emblema dell’esclusione perché, oltre ai disagi che la loro condizione di per sé comporta, sono spesso caricati di un giudizio negativo che li considera come causa dei mali sociali. L’atteggiamento nei loro confronti rappresenta un campanello di allarme che avvisa del declino morale a cui si va incontro se si continua a concedere terreno alla cultura dello scarto. Infatti, su questa via, ogni soggetto che non rientra nei canoni del benessere fisico, psichico e sociale diventa a rischio di emarginazione e di esclusione.<br />
Per questo, la presenza dei migranti e dei rifugiati – come, in generale, delle persone vulnerabili – rappresenta oggi un invito a recuperare alcune dimensioni essenziali della nostra esistenza cristiana e della nostra umanità, che rischiano di assopirsi in un tenore di vita ricco di comodità. Ecco perché <strong>“non si tratta solo di migranti”</strong>, vale a dire: interessandoci di loro ci interessiamo anche di noi, di tutti; [...] ascoltando loro, diamo voce anche a quella parte di noi che forse teniamo nascosta perché oggi non è ben vista.<br />
[...] Dunque [...] si tratta [...] del presente e del futuro della famiglia umana. I migranti [...] ci aiutano a leggere i “segni dei tempi”. [...] Attraverso di loro il Signore ci invita a riappropriarci della nostra vita cristiana nella sua interezza e a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione, alla costruzione di un mondo sempre più rispondente al progetto di Dio. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Mentre rileggiamo e meditiamo in silenzio il messaggio ascoltato, ciascuno/a prenderà dalla pianta uno dei segnalibri sui quali sono riportati i quattro verbi che secondo papa Francesco esprimono “la missione della Chiesa verso tutti gli abitanti delle periferie esistenziali: accogliere, proteggere, promuovere, integrare”.</p>
<p style="text-align: center;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Vengono portati dinanzi all’altare <span style="text-decoration: underline;">semi</span> di varie essenze arboree, simboli della varietà del creato.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 4: Dal messaggio della Conferenza Episcopale Italiana per la Giornata Nazionale per la Custodia del Creato</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3360" style="margin-left: 5px; margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/creato2019-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" />Imparare a guardare alla <strong>biodiversità</strong>, per prendercene cura: è uno dei richiami dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco.<br />
[...] Nell’enciclica [...] l’invito alla contemplazione della bellezza si salda con la percezione della minaccia che grava sulla biodiversità, a causa di attività e forme di sviluppo che non ne riconoscono il valore. [...] In una creazione in cui tutto è connesso, infatti, ogni creatura – ogni essere ed ogni specie vivente – dispiega il suo grande valore anche nei legami alle altre. Intaccare tale rete significa mettere a rischio alcune delle fondamentali strutture della vita [...] con impatti che gravano soprattutto sui più fragili.<br />
[...] Siamo chiamati [...] a convertirci, facendoci custodi della terra e della biodiversità che la abita.<br />
[...] Si tratterà [...] di opporsi a tante pratiche che degradano e distruggono la biodiversità: si pensi al <em>land grabbing</em>, alla deforestazione, al proliferare delle monocolture, al crescente consumo di suolo o all’inquinamento che lo avvelena; si pensi altresì a dinamiche finanziarie ed economiche che cercano di <em>monopolizzare</em> la ricerca [...] o addirittura si propongono di privatizzare alcune tecnoscienze collegate alla salvaguardia della biodiversità.<br />
Ma andranno pure contrastati – con politiche efficaci e stili di vita sostenibili – quei fenomeni che minacciano la biodiversità su scala globale, a partire dal mutamento climatico. […]</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettore 1:</strong> Mentre rileggiamo e meditiamo in silenzio il messaggio ascoltato, passeranno tra noi i semi: ne prenderemo uno a testa e potremo poi piantarli, per contemplare e assaporare la loro biodiversità: colori, profumi, sapori, proprietà nutritive.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Canto:</strong> Anima missionaria (2<sup>a </sup> strofa e ritornello)</p>
<p>Ti do, il cuore mio sincero,<br />
che grida con ardore:<br />
“È bello il tuo amor”.<br />
Signor, l’anima è missionaria,<br />
esiste tanta gente,<br />
che vive nel dolor.</p>
<p>Portami dove c’è gente,<br />
che ha bisogno della tua Parola,<br />
della fede, e della carità.<br />
Dove manca la speranza,<br />
dove tutto è sempre buio,<br />
che io porti, la luce del tuo amor.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>2° MOMENTO: condivisioni, risonanze, preghiere spontanee alla luce dei messaggi ascoltati</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>PREGHIERA IN PREPARAZIONE DEL SINODO PER L’AMAZZONIA</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Letto</strong><strong>re 1:</strong> L’autunno di quest’anno si caratterizza anche da un altro appuntamento: il <strong>Sinodo per l’Amazzonia</strong>. Avremo modo di ritornare su questo evento in prossime occasioni di incontro. Per ora, ci uniamo a quanti e a quante – provenienti dai paesi nei quali si estende la foresta amazzonica – converranno a Roma dal 6 al 27 ottobre, pregando insieme:</p>
<p style="text-align: left;"><strong> </strong>Signore, aiuta la tua Chiesa ad ascoltare<img class="alignright size-full wp-image-3361" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/sinodo-amazzonia.png" alt="" width="205" height="246" /><br />
i popoli dell’Amazzonia,<br />
e a rispondere con loro<br />
alla devastazione<br />
delle persone e dell’ambiente.<br />
L’Amazzonia in tutta la sua biodiversità<br />
e ricchezza culturale<br />
è “uno specchio di tutta l’umanità”.*<br />
Per difenderlo, tutti dobbiamo fare dei cambiamenti – in noi stessi,<br />
nelle nostre nazioni,<br />
e all’interno della Chiesa.</p>
<p style="text-align: left;">Mentre percorriamo questo cammino<br />
che Laudato Si’ mette di fronte a noi<br />
cerchiamo di essere più consapevoli<br />
della crisi ecologica e culturale<br />
del bacino amazzonico,<br />
e imparare ad assistere e custodire meglio la creazione.<br />
Cerchiamo di unirci coraggiosamente<br />
per combattere<br />
contro le ingiustizie, tra cui:<br />
perdita di territorio,<br />
sfruttamento,<br />
minacce alla biodiversità<br />
e l’imposizione di<br />
modelli culturali ed economici<br />
che sono estranei alla vita delle popolazioni indigene, ovunque.</p>
<p style="text-align: left;">Insegnaci, Signore, ad ascoltare profondamente, ad agire con giustizia,<br />
ad amare con tenerezza<br />
e a camminare umilmente su questa terra.<br />
Amen.</p>
<p style="text-align: left;"><em>* Prologo, Documento di lavoro, Sinodo per l’Amazzonia</em></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong><img class="alignright size-medium wp-image-3362" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/iglesia-comunidad-de-discipulos-300x281.jpg" alt="" width="300" height="281" />Canto:</strong> Anima missionaria (3<sup>a</sup> strofa e ritornello)</p>
<p>Così, le labbra canteranno,<br />
e a tutti annunceranno,<br />
la tua potenza Signor.<br />
Avrò, le braccia mie protese,<br />
parole di conforto,<br />
la forza del pregar.</p>
<p>Portami dove c’è gente,<br />
che ha bisogno della tua Parola,<br />
della fede, e della carità.<br />
Dove manca la speranza,<br />
dove tutto è sempre buio,<br />
che io porti, la luce del tuo amor.</p>
<p>
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		<title>Risonanze su iniziative nel territorio locale</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jul 2019 07:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[All’entrare nella parrocchia di Sant’Antonio, in Bari Carbonara, la sera del 12 giugno, l’occhio si posa subito, incuriosito, su questo personaggio particolare. La barba ormai canuta e lunga, infatti, non passa certo inosservata. Incastonati nel suo volto, un paio di occhi azzurri. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi rivelano un’anima bellissima, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio1.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3291" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio1-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>All’entrare nella parrocchia di Sant’Antonio, in Bari Carbonara, la sera del 12 giugno, l’occhio si posa subito, incuriosito, su questo personaggio particolare. La barba ormai canuta e lunga, infatti, non passa certo inosservata. Incastonati nel suo volto, un paio di occhi azzurri. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, i suoi rivelano un’anima bellissima, autentica, genuina. Impugna un bastone di legno, simbolo di una persona che ha tanto camminato e che ancora tanto, finché Dio gliene darà la forza, vuole camminare. Un saio verde oliva avvolge il suo corpo, “verde speranza” ci tiene a precisare.<br />
Sì, è una figura fuori dal tempo quella di fratel Biagio Conte, fondatore della missione “Speranza e Carità”. Prende il microfono e comincia a parlare, con un lieve accento siculo che tradisce subito la sua provenienza. È emozionato, un po’ impacciato, con quell’atteggiamento tipico di chi parla con grande umiltà, di chi vive di gratitudine, di Provvidenza e niente più.<br />
“<strong>Perché non imitare i santi?</strong>”. Alza subito la posta in gioco fratel Biagio. Il suo parlare è un continuo saltare dalla sua vita passata, di giovane della Palermo bene, schiavo delle mode e mai pago, alla sua nuova vita in Cristo. Nel mezzo, una rottura drastica, frutto di un senso di avversione per una società malata nella quale non si riconosceva più. “<strong>Una società che lascia indietro i deboli non è una società; prima o poi crolla, si sfalderà</strong>”, sentiva dentro di sé senza riuscire a dare un volto a questa voce. Quel viso l’ha trovato in <strong>Gesù Cristo</strong> e da allora la sua vita non è stata più la stessa. “<strong>Mi ha dato una vita nuova</strong>”, urla di gioia fratel Biagio.<span id="more-3289"></span><br />
Ma cosa fare, quindi, con questa vita nuova? Il giovane Biagio, a 26 anni, ha sentito di lasciare tutto. È l’inizio di un nuovo cammino. Decide di fare vita da eremita tra le montagne dell’entroterra siciliano ed è proprio nel silenzio che trova una pace mai avvertita prima. Si ritrova a vivere una vita contemplativa che prima disprezzava, giudicava, non capiva.<br />
Come se non bastasse, dalla sua Sicilia decide di incamminarsi verso Assisi, sulle orme di quel San Francesco che assieme a Gesù, Maria e gli altri santi, gli aveva rapito il cuore. “Loro non ti deluderanno”, gli diceva la mamma inserendogli i santini tra le pagine dei suoi libri quando era ragazzino; ora Biagio ne era diventato finalmente testimone. “<strong>Dio muove le persone per fare grandi cose</strong>”, dice riferendosi ai vari Sant’Antonio, San Benedetto Manasseri, Santa Giuseppina Bakhita.<br />
Lo stesso fratel Biagio, per vivere il proprio servizio al fianco degli ultimi, pensa di trasferirsi in Africa o in Asia. L’incontro con Dio nei poveri, però, mischia nuovamente le carte in tavola e sconvolge la sua vita. Torna nella sua Palermo, zaino in spalla, thermos con tè caldo e via tra gli anfratti della stazione centrale della sua città. Quelli che la società chiama barboni, senzatetto, mendicanti lui li chiama semplicemente fratelli e condivide tutto con loro.<br />
Oggi la missione “Speranza e Carità”, con le sue tre comunità, ospita circa 800 persone. Vecchie strutture nelle vicinanze della stazione di Palermo sono diventate case accoglienti, grazie al lavoro dei tanti che hanno condiviso il sogno di speranza di fratel Biagio. “Il buon Dio non mi ha lasciato solo” – ci tiene infatti a precisare, parlando dei confratelli, delle consorelle e dei tanti volontari che lo aiutano giornalmente in questa missione da quasi trent’anni.<br />
“<strong>Ci sono tante vie</strong> – conclude – <strong>ma Gesù è l’unica vera via, la verità, la vita</strong>”.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio2.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3292" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio2-211x300.jpg" alt="" width="211" height="300" /></a>Organizzato dal <strong>Comitato per la Pace di Terra di Bari</strong>, nel pomeriggio del 13 giugno si è tenuto un incontro sul tema “Decreto Sicurezza e rispetto dei diritti umani: i valori costituzionali come guida”, nel quale sono intervenuti due relatori.<br />
Il <em><strong>prof. Giovanni Cellamare, ordinario di diritto internazionale presso l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari</strong></em> ha esordito citando l’<strong>art. 10 della Costituzione</strong>, secondo il quale “<strong>l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute</strong>”, anche per quanto concerne il tema migratorio. Quindi ha presentato dettagliatamente alcune delle suddette <strong>norme internazionali che l’Italia è pertanto tenuta a rispettare</strong>:<br />
- principio di non respingimento di chi fugge da persecuzione (consuetudine del diritto internazionale; art. 33 della Convenzione di Ginevra);<br />
- divieto di espulsioni collettive (art. 4 del Protocollo addizionale n. 4 della Convenzione europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali; art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea);<br />
- divieto di espulsione verso paesi (anche diversi da quello di origine) nei quali la persona rischia di essere sottoposta a tortura (art. 3 della Convenzione ONU contro la tortura; art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea);<br />
- obbligo di prestare soccorso a chiunque si trovi in mare in condizioni di pericolo (art. 98 della Convenzione ONU sul diritto del mare, ma anche la Convenzione per la Salvaguardia della vita umana in mare, la Convenzione sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, gli artt. 489-490 del Codice della navigazione italiano).<br />
<strong>Nel mondo si riscontrano diverse interpretazioni del concetto di “Stato terzo sicuro”</strong>, cioè della condizione per cui uno straniero può essere allontanato dal luogo di approdo:<br />
- per alcuni ordinamenti un paese è da ritenersi sicuro se aderisce ad alcune delle convenzioni internazionali che tutelano i migranti; a tal proposito è però intervenuta la Corte Europea dei diritti dell’uomo che in una sua sentenza ha affermato che non è sufficiente la mera adesione “formale”, ma anche l’effettiva applicazione di quanto da esse disciplinato;<br />
- per alcuni ordinamenti un paese è da considerarsi sicuro anche se le condizioni di sicurezza sono riscontrabili solo in parte del suo territorio.<br />
C’è una tendenza dei governi a reintrodurre, con il passare del tempo, nell’elenco dei paesi “sicuri” gli Stati dichiarati “non sicuri” dalla magistratura.<br />
L’<strong><em>avv. Vito Mariella</em></strong>, intervenuto in rappresentanza della <strong><em>Caritas diocesana Bari-Bitonto</em></strong>, ha sottolineato <strong>alcune delle tendenze in atto in Italia</strong>:<br />
- quella di equiparare nel linguaggio comune i sostantivi “immigrazione” e “sicurezza”;<br />
- quella di negare l’identità degli altri;<br />
- quella di tagliare i fondi per l’inclusione e l’integrazione erogati dall’Unione Europea.<br />
È necessario <strong>entrare nelle sfumature dei problemi, non limitarsi agli spot veicolati dai social network</strong>. Purtroppo la gestione dei “grandi numeri” degli immigrati ha consentito di “foraggiare” qualcuno. <strong>La criminalità degli immigrati attecchisce dove c’è terreno fecondo</strong>. Le strade per una immigrazione rispettosa dei diritti umani sono i “corridoi umanitari” e i “decreti flussi”.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio3.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3293" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/luglio3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>La sera del 1° luglio <strong><em>la Caritas e la Fondazione Migrantes dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto</em></strong>, a seguito della morte del papà e della sua bambina migranti tra Messico e Stati Uniti d’America avvenuta qualche giorno prima, hanno organizzato un momento di riflessione, silenzio e preghiera dal titolo “Non possiamo rimanere indifferenti”. Nella sua riflessione <em><strong>mons. Domenico Ciavarella, Vicario generale dell’Arcidiocesi</strong></em>, ha interrogato i presenti a “<strong>chiedersi verso chi sono fissati gli occhi</strong>: sull’Eucarestia? Ci basta questo? O anche sul migrante che muore? Non possiamo rimanere indifferenti: <strong>siamo chiamati ad essere isole di misericordia in un mare di indifferenza</strong>”. Ha inoltre sottolineato che “quella di stasera è una preghiera impegnativa: si apra il cuore alla misericordia!”.<br />
Questa iniziativa – che non voleva essere una manifestazione contro nessuno – si è tenuta lungo il tratto di lungomare cittadino nel quale nel 2018 il papa ha incontrato i responsabili delle Chiese del Medio Oriente, a richiamare l’anelito al mare come luogo di pace e di vita, e non come luogo di scontro verbale e morte. Con i lumini accesi, per alcuni minuti si è rimasti in silenzio guardando il mare per offrire al Signore le anime degli esseri umani morti nelle rotte migratorie in tutto il mondo.</p>
<p>
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		<title>Incontro 6 luglio 2019</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jul 2019 06:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[LAICI MISSIONARI COMBONIANI: UNA PANORAMICA GENERALE &#160; Preghiera (Ringraziamento di fine anno &#8211; don Tonino Bello) Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei. È perché, purtroppo, molti passi, li [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>LAICI MISSIONARI COMBONIANI: UNA PANORAMICA GENERALE</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Preghiera</strong><br />
<em>(Ringraziamento di fine anno &#8211; don Tonino Bello)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Eccoci, Signore, davanti a te. Col fiato grosso, dopo aver tanto camminato. Ma se ci sentiamo sfiniti, non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto, o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.<br />
È perché, purtroppo, molti passi, li abbiamo consumati sulle viottole nostre, e non sulle tue: seguendo i tracciati involuti della nostra caparbietà faccendiera, e non le indicazioni della tua Parola; confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre, e non sui moduli semplici dell’abbandono fiducioso in te.<br />
Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno, sentiamo nostre le parole di Pietro: “Abbiamo faticato tutta la notte, e non abbiamo preso nulla”.<br />
Ad ogni modo, vogliamo ringraziarti ugualmente. Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto, ci aiuti a capire che senza di te, non possiamo far nulla. Ci agitiamo soltanto.<br />
Ma ci sono altri motivi, Signore, che, al termine dell’anno, esigono il nostro rendimento di grazie. Ti ringraziamo, Signore, perché ci conservi nel tuo amore. Perché continui ad avere fiducia in noi.<br />
Grazie, perché non solo ci sopporti, ma ci dai ad intendere che non sai fare a meno di noi. Grazie, Signore, perché non finisci di scommettere su di noi.<br />
Perché non ci avvilisci per le nostre inettitudini. Anzi, ci metti nell’anima un così vivo desiderio di ricupero, che già vediamo il nuovo anno come spazio della speranza e tempo propizio per sanare i nostri dissesti.<br />
Spogliaci, Signore, di ogni ombra di arroganza. Rivestici dei panni della misericordia e della dolcezza. Donaci un futuro gravido di grazia e di luce e di incontenibile amore per la vita.<br />
Aiutaci a spendere per te tutto quello che abbiamo e che siamo. E la Vergine tua Madre ci intenerisca il cuore. Fino alle lacrime.<span id="more-3286"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Catechesi</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza laicale comboniana è cominciata timidamente intorno al 1975. Poi si è andato sviluppando in varie forme e in diversi paesi. Oggi, il fenomeno dei Laici Missionari Comboniani (LMC) è una realtà in movimento, che sta trovando a poco a poco un posto ed una sua fisionomia più precisa all’interno della grande famiglia missionaria comboniana.<br />
Per la famiglia comboniana, in realtà, è semplicemente un ritorno alle origini. All’intuizione e convinzione di Comboni, per il quale la missione è compito di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa.<br />
Per il suo vicariato dell’Africa Centrale, infatti, egli <em>chiama</em> ed <em>accoglie</em> anche <strong><em>laici</em></strong>, uomini e donne, europei e africani. A loro, come ai sacerdoti e alle religiose, chiede di dedicarsi totalmente e <em>senza riserve alla missione</em>.<br />
Più di cent’anni più tardi, il Concilio Vaticano II rilancia con maggior chiarezza ed autorevolezza la stessa idea, riconoscendo in pieno la <strong><em>vocazione e il dovere missionario dei laici nell’evangelizzazione del mondo</em></strong>.<br />
Sull’onda di questa nuova consapevolezza missionaria, un numero crescente di laici, celibi o sposati, si sente chiamato ad assumere la propria responsabilità attraverso un impegno di <strong><em>animazione missionaria</em></strong> <em>delle Chiese locali e della società a cui appartengono</em>, nei gruppi parrocchiali, nell’ambiente di lavoro e in movimenti che promuovono la giustizia e la pace.<br />
La loro testimonianza laicale e familiare, lo stile evangelico e controcorrente della loro vita, aperto ai bisogni e diritti di tutti i popoli del mondo, specialmente di quelli abbandonati ed esclusi, diventano un <strong>modello di riferimento e uno strumento di evangelizzazione</strong>.<br />
Fra quanti vivono con coerenza la natura missionaria del loro battesimo, alcuni – sia celibi che sposati – si sentono <em>chiamati</em> anche ad <strong><em>impegnarsi direttamente</em></strong> in un servizio missionario laicale <strong><em>sul campo</em></strong>, lasciando la patria e mettendosi al servizio della Chiesa locale in un altro paese.<br />
Dopo un periodo di <strong><em>discernimento</em></strong> in cui <em>verificare</em> e <em>maturare</em> la loro <strong><em>vocazione missionaria</em></strong>, i Laici Missionari Comboniani iniziano allora un cammino di preparazione specifica che li porta alla partenza in vista di un impegno preciso, nel contesto di un contratto a tempo determinato con la realtà ecclesiale che li riceve e alla quale presteranno servizio.<br />
Il tipo di servizio dipende dalle qualifiche professionali dei laici e dai bisogni della comunità di destinazione, e viene <strong>vissuto</strong> non semplicemente come un lavoro di volontariato ma <strong><em>come risposta alla propria vocazione missionaria</em></strong>. Per questo il laico missionario continua ad essere tale e si impegna per la missione anche quando rientra in patria, al termine del suo contratto.<br />
I LMC si caratterizzano per la <strong><em>condivisione del carisma e spiritualità di San Daniele Comboni</em></strong>. La sua vita ed esperienza diventano fonte e criterio di ispirazione per lo stile di servizio missionario dei laici, che in genere lavorano in stretta collaborazione e corresponsabilità con le missionarie e i missionari comboniani.<br />
La grande varietà di situazioni dei paesi e continenti in cui è presente la famiglia comboniana ha fatto sì che siano sorti gruppi di LMC con modalità e caratteristiche diverse.<br />
All’organizzazione e alle strutture più marcate di alcune esperienze fa riscontro una maggior flessibilità di altre, specialmente quelle che stanno muovendo i primi passi. Il tempo e l’esperienza contribuiranno a precisare ancora meglio gli <strong><em>elementi essenziali e irrinunciabili di una comune identità comboniana laicale</em></strong>.<br />
Ciò che fin d’ora emerge e si impone come necessario patrimonio comune nel confronto fra i diversi gruppi e nel servizio di coordinamento internazionale che li accompagna, è <em>una forte passione per la missione</em> secondo il carisma e l’esperienza di Daniele Comboni.<br />
Da questo scaturisce un’ultima caratteristica, molto importante per i LMC che vanno in missione: <strong>la vita in comunità</strong>.<br />
Tutti fanno riferimento alla comunità comboniana più vicina, sia per l’attività di animazione missionaria che svolgono sia per un cammino di formazione e crescita nella spiritualità comboniana. Per l’accompagnamento, discernimento e preparazione specifica dei LMC che intendono partire per la missione.</p>
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		<title>Risonanze su iniziative nel territorio locale</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jun 2019 11:11:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giorno 2 maggio presso la Basilica di San Nicola di Bari l’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi Bari-Bitonto ha animato la celebrazione eucaristica intitolata “San Nicola il pellegrino”, una messa per e con i migranti che si tiene in una delle giornate del novenario di preparazione alla ricorrenza del santo patrono della città. Un momento bello di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio1.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3262" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio1-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>Il giorno 2 maggio presso la Basilica di San Nicola di Bari l’Ufficio Migrantes dell’Arcidiocesi Bari-Bitonto ha animato la celebrazione eucaristica intitolata <strong>“<em><strong>San Nicola il pellegrino</strong></em>”</strong>, una messa per e con i migranti che si tiene in una delle giornate del novenario di preparazione alla ricorrenza del santo patrono della città.<br />
Un momento bello di ecumenismo vero, reale, senza confini come termine invoca, perché ha messo in relazione “fedeli locali” con persone di diversa nazionalità e religione insediate nel territorio barese oppure ospiti del CARA di Bari Palese, resi partecipi del rito con l’ufficio delle letture e le preghiere dei fratelli proclamate e recitate in lingua inglese e italiana.<br />
Una testimonianza che <strong>un’armonia tra le “differenze” è possibile se si creano occasioni d’incontro, ascolto e conoscenza dell’altro, sebbene faticoso</strong>.<br />
In quest’ottica, il rito è stato preceduto da una breve spiegazione alle persone ospitate presso il CARA della storia e delle opere del santo – nonché della tradizione barese ad esso ruotante –, una storia di migrazione come la loro giacché, San Nicola, originario di Patara di Licia, in Turchia, ha svolto il suo ministero, prima sacerdotale poi vescovile, a Myra e ha fatto esperienza di prigionia ed esilio durante l’impero di Diocleziano. Una storia, anch’essa, che ha attraversato i mari e che nemmeno dopo la morte lo ha visto giacere fisso in un posto perché le sue ossa furono trafugate da 62 marinai baresi dalla Cattedrale di Myra per essere poi condotte, per nave, nella loro città di Bari.<span id="more-3261"></span><br />
Un’occasione per rimembrare che <strong>siamo tutti migranti, o meglio pellegrini</strong>, come evidenzia <em><strong>don Michele Camastra, direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes,</strong></em> <strong>perché persone costantemente in cammino, naturalmente predisposte al movimento, al di là di un discorso materiale-geografico</strong>. E, al contempo, un’occasione di sensibilizzazione al tema migratorio per i fedeli “nostrani”, a cominciare dai numeri dell’accoglienza inferiori rispetto ad altri paesi europei o ad altri paesi non comunitari, per screditare l’opinione “dell’invasione” ingenerata dai media; numeri, ad oggi,  ancora drasticamente ridotti come dimostrano le presenze degli ospiti del CARA di Bari, scese per l’esattezza da 1500 a 400 circa. Numeri frutto di scelte politiche prive di progettualità, di una visione d’insieme delle cause – anche occidentali – dei fenomeni, prese nella convinzione che quello dei flussi d’ingresso da altre parti del mondo siano una minaccia alle potenzialità – già precarie – italiane e, quindi, solo problema da risolvere ed evitare dall’origine con la chiusura di porti e porte.<br />
Una celebrazione che diventa un monito alla conversione della nostra ottica dell’Altro non comunitario da quella di “peso” a quella di “potenziale” umano, culturale ed economico per il nostro territorio, che può sprigionarsi solo con l’incremento dei canali d’integrazione, la quale resta il presupposto essenziale per una sana accoglienza a misura degli ospitati e ospitanti.<br />
Canali che si creano con <strong>gesti semplici, con sguardi che sanno mettere in relazione ma capaci di spezzare le sbarre delle prigioni fisiche e mentali sofferte da ognuno e gettare le fondamenta salde di ponti di comunione</strong>.<br />
“<strong>Quando incontrate qualcuno straniero, allungatela quella mano</strong>”, invita don Michele. Be’, quella mano si è di certo allungata con tutto il braccio da parte dei “fedeli baresi” prendendo il posto dello smarrimento iniziale, soprattutto dei più anziani quando gli stessi, nonostante le loro difficoltà motorie, hanno voluto avvicinarsi ai bambini, ragazzi, madri e padri ospitati nel CARA per vivere il segno di pace e il momento di congedo finale.<br />
Il farsi prossimi, il gesto di pace, il saluto: che catechesi!<br />
Da chi magari ci si può aspettare una mentalità più retrograda e confinata si sono aperte le braccia dell’umanità, come lo sono quelle di Gesù in Croce aperte a tutti!</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-full wp-image-3266" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio2.png" alt="" width="212" height="300" />Organizzato dalla Caritas diocesana, il giorno 18 maggio si è tenuto un incontro sul tema <strong>“Cittadini e credenti a tutto tondo”</strong>, nel quale è intervenuto <em><strong>Leonardo Palmisano, scrittore e sociologo impegnato sui temi dell’antimafia.</strong></em><br />
L’incontro è stato introdotto dal <em><strong>direttore della Caritas diocesana, don Vito Piccinonna</strong></em>, il quale ha esordito dicendo che è necessario andare alla radice di certe situazioni. <strong>Dobbiamo essere samaritani dell’ora “prima”, dell’ora “giusta” e dell’ora “dopo”. </strong>Quando alcuni luoghi/settori si lasciano “scoperti”, esce fuori di tutto.<strong> <strong>Dinanzi alla frase di Gesù: “Questo è il mio corpo dato per tutti”, non si può parlare di nazionalismi</strong>. </strong>Il terrorismo nasce dall’assenza di identità nel paese di accoglienza da parte delle seconde generazioni di immigrati.<strong> <strong>La solidarietà prima di essere un dovere, è un diritto</strong>.<br />
</strong>È quindi intervenuto il relatore Palmisano, il quale ha evidenziato che<strong> <strong>non deve mai prevalere l’istinto a rispondere alle provocazioni</strong> </strong><em>(riferimento al caso della famiglia rom aggredita a Roma in quei giorni, n.d.r.)</em>. Bisogna avere diritto a prendersi una “pausa”, a <strong><strong>domandarsi</strong> </strong>del perché,<strong> <strong>delle cause dei fenomeni</strong> </strong>(povertà, spaccio, ecc.): <strong><strong>la causa principale è la non equa redistribuzione della ricchezza attraverso il lavoro. Essere cittadini e credenti a tutto tondo significa mettere in discussione ciò che facciamo quotidianamente</strong></strong>; non è facile farlo su tutto: interrogarsi sulla provenienza dei prodotti che acquistiamo e sulla qualità dell’informazione ricevuta è già un buon inizio.<br />
<strong>La personalizzazione di una campagna sociale è causa del suo indebolimento</strong>: basta un po’ di antipatia verso il promotore della campagna e viene meno il sostegno ad una campagna necessaria. Se la discussione e il dibattito rimangono solo sul web e sono veicolati da una sola persona, si producono mitologie, e queste producono processi di emulazione.<br />
Purtroppo spesso il concetto di “cittadini” è sostituito da quello di “consumatori”, per cui se si hanno i soldi, tutto è concesso.<br />
Se non ci preoccupiamo dell’esercizio dei diritti degli altri, nessuno penserà a quelli nostri.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio3.jpg" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-3263" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio3-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>In data 21 maggio si è tenuto l’ultimo incontro del ciclo “Martedì della conoscenza” organizzato dai Missionari Comboniani di Bari, dal titolo <strong>“Verso la città interculturale, quale integrazione?”</strong>, a cui hanno preso parte due relatori.<br />
L’avvocato <em><strong>Gianni D’Innella</strong></em> ha affermato che <strong>l’integrazione è un percorso, che si distende nel tempo, che è dovuto a diversi fattori: mercato del lavoro, modello di welfare, possibilità di trovare casa, lingua, confessione religiosa</strong>. Essa è più facile dove ci sono lavoro, casa, amicizie. <strong>La difficoltà ad offrire radicamento e affezione ad uno spazio fisico è dovuta alla “rapidità” del mondo, che annienta tempo e spazio</strong>. L’identità del migrante, almeno all’inizio, è un identità “sospesa” tra paese di origine e paese di accoglienza. I migranti spesso vivono una dimensione di integrazione “subalterna”, che è dovuta a tre fattori: a) straniero visto come persone in stato di bisogno; b) straniero visto come forza lavoro per quei settori che ne non ne hanno; c) straniero come turbativa all’ordine pubblico. L’opinione pubblica guarda al migrante come corpo estraneo, ma necessario in certi casi. <strong>L’integrazione è più difficile senza diritti di cittadinanza, possibilità di partecipazione, povertà economica</strong>. È necessario cambiare linguaggio nell’approcciarsi agli immigrati: prendere ad esempio i paesi scandinavi, non usano più il termine “straniero”, ma quello di “abitante”.<br />
L’avvocato <em><strong>Antonio Di Muro, funzionario dell&#8217;Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati</strong></em> ha sottolineato che <strong>primo diritto del rifugiato è quello di costruire un futuro il più possibile normale</strong>, e i mezzi perché ciò sia possibile sono: a) il ritorno alla propria casa; b) lo spostamento in altri paesi limitrofi; c) l’integrazione nella comunità di accoglienza. L’integrazione è un processo bidirezionale. <strong>Per un rifugiato la ricerca di lavoro è sedici volte più complessa rispetto ad un nativo e dodici volte più complessa rispetto agli altri immigrati</strong>. L’integrazione è destinata ad essere complessa se non si trovano lavoro e casa. Gli ostacoli più grandi all’integrazione sono: a) la cultura; b) la percezione di un senso di competizione.<br />
Infine, <em><strong>Vito Savino, già presidente del Tribunale di Bari</strong></em>, è intervenuto dicendo che <strong>l’integrazione è possibile previo riconoscimento – da parte degli stranieri – dei valori giuridici ed etici della comunità di accoglienza, nonché previa valutazione – da parte della comunità di arrivo – delle possibilità di accoglienza</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-3269" style="margin-right: 5px;" src="http://www.laicicomboniani.it/wp-content/uploads/maggio4-266x300.png" alt="" width="266" height="300" />Organizzato dal Movimento Antimafia di base di Bari, il giorno 23 maggio al termine di una marcia per le vie dei quartieri baresi Carbonara e Ceglie si è tenuto un <strong>incontro in memoria di Giovanni Falcone e le vittime della strage di Capaci</strong>, a cui hanno preso parte alcuni testimoni.<br />
<em><strong>Federico Capano, Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari</strong></em> ha esordito dicendo che è importante il ruolo dei testimoni per implementare i processi di mafia. <strong>Nel momento in cui si sceglie di essere dalla parte della “legalità” oppure della “non legalità” si sceglie di conseguenza di essere parte della “soluzione” oppure  del “problema”</strong>. Nel momento in cui non si è parte della soluzione attivandosi (denunciando, collaborando con magistratura e forze dell’ordine), si è parte del problema.<br />
<em><strong>Angelo Santoro, Presidente della Cooperativa “Semi di Vita”</strong></em>, sodalizio a cui è stata affidato un terreno agricolo confiscato alla criminalità organizzata a Valenzano (BA), ha sottolineato che <strong>è necessario partecipare all’intero processo di recupero di un bene confiscato alla criminalità organizzata, e non solo acquistarne i prodotti</strong>. È necessario uscire dal turbine del girare la testa: “Se non mi tange, non mi interessa”. Se non sentiremo “nostri” i beni confiscati alla criminalità organizzata, rimarremo sempre isolati. In questo processo nessuno è escluso, ma tutti sono inclusi.<br />
<em><strong>Marco Costantino, co-ideatore del progetto “Avanzi Popolo 2.0”</strong></em>, ha evidenziato che <strong>la lotta allo spreco alimentare si articola in quattro dimensioni: etica</strong> (non è necessario produrre: è sufficiente condividere), <strong>sanitaria</strong> (l’eccesso di cibo genera obesità e conseguenti problemi di salute), <strong>ecologica</strong> (spreco di risorse per produrre cibo in eccesso non consumato), <strong>economica</strong> (spreco di denaro per generi alimentari non consumati).<br />
<em><strong>Giovanni Ladiana, padre gesuita animatore del Movimento Antimafia di base di Bari</strong></em>, ha affermato che la nostra lotta non deve essere per vincere: <strong>la vittoria è già lottare. La sconfitta della mafia è che veda che non ci arrendiamo, che lottiamo</strong>. Stimare le forze dell’ordine che ci proteggono, che fanno sacrifici: anche loro, come i giudici, sono esseri umani. Chi è incapace di amare è già morto. <strong>Potranno ucciderci, ma saremo morti dopo che ci spareranno, ma non prima!</strong></p>
<p>
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		<title>Incontro 1 giugno 2019</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jun 2019 07:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[Religiosi e laici, insieme nella stessa “famiglia carismatica” Preghiera (Invocazione allo Spirito Santo &#8211; don Tonino Bello) Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Religiosi e laici, insieme nella stessa “famiglia carismatica”</strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong>Preghiera</strong><br />
<em>(Invocazione allo Spirito Santo &#8211; don Tonino Bello)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti.<br />
Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Dissipa le sue rughe. Fascia le ferite che l’egoismo sfrenato degli uomini ha tracciato sulla sua pelle. Mitiga con l’olio della tenerezza le arsure della sua crosta. Restituiscigli il manto dell’antico splendore, che le nostre violenze gli hanno strappato, e riversa sulle sue carni inaridite anfore di profumi.<br />
Permea tutte le cose, e possiedine il cuore. Facci percepire la tua dolente presenza nel gemito delle foreste divelte, nell’urlo dei mari inquinati, nel pianto dei torrenti inariditi, nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino, e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.<br />
Spirito Santo, che riempivi di luce i profeti e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la corazza della nostra assuefazione all’esilio. Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure. Scuotici dall’omertà. Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri. E preservaci dalla tragedia di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate dai nostri cuori.<span id="more-3253"></span><br />
Spirito di Pentecoste, ridestaci all’antico mandato di profeti. Dissigilla le nostre labbra, contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene il rigetto per ogni nostro compromesso. E donaci la nausea di lusingare i detentori del potere per trarne vantaggio. Trattienici dalle ambiguità. Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati. Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze. E facci aborrire le parole, quando esse non trovano puntuale verifica nei fatti. Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli. Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche. E in ogni uomo di buona volontà facci scorgere le orme del tuo passaggio.<br />
Spirito di Dio, fa’ della tua Chiesa un roveto che arde di amore per gli ultimi. Alimentane il fuoco col tuo olio, perché l’olio brucia anche. Da’ alla tua Chiesa tenerezza e coraggio. Lacrime e sorrisi. Rendila spiaggia dolcissima per chi è solo e triste e povero. Disperdi la cenere dei suoi peccati. Fa’ un rogo delle sue cupidigie. E quando, delusa dei suoi amanti, tornerà stanca e pentita a te, coperta di fango e di polvere dopo tanto camminare, credile se ti chiede perdono.<br />
Non la rimproverare. Ma ungi teneramente le membra di questa sposa di Cristo con le fragranze del tuo profumo e con l’olio di letizia. E poi introducila, divenuta bellissima senza macchie e senza rughe, all’incontro con lui perché possa guardarlo negli occhi senza arrossire, e possa dirgli finalmente: Sposo mio.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Catechesi</strong><br />
<strong>Religiosi e laici insieme nella stessa “famiglia carismatica”</strong><br />
<em>(tratta da una riflessione di p. Fabio Ciardi, tenuta al UMCG a Roma il 6 novembre 2015)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il 2015 è stato l’anno della vita consacrata. Il papa ha scritto una lettera ai consacrati.<br />
In questa lettera il papa parla anche dei rapporti con i laici che condividono il carisma degli Istituti religiosi. Il papa a questo proposito parla di “famiglie carismatiche”.<br />
Ascoltiamo quello che dice papa Francesco:</p>
<p style="text-align: justify;">Con questa mia lettera, oltre che alle persone consacrate, mi rivolgo <em>ai laici che, con esse, condividono ideali, spirito, missione</em>. Alcuni Istituti religiosi hanno un’antica tradizione al riguardo, altri un’esperienza più recente. Di fatto attorno ad ogni famiglia religiosa […] è presente una famiglia più grande, la &#8220;famiglia carismatica&#8221;, che comprende […] soprattutto cristiani laici che si <em><strong>sentono chiamati</strong></em>, proprio nella loro condizione laicale, a <em><strong>partecipare</strong> della <strong>stessa</strong> realtà carismatica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">E aggiunge:</p>
<p style="text-align: justify;">Incoraggio anche voi, laici, a vivere quest’Anno della Vita Consacrata come una grazia che può rendervi più <em><strong>consapevoli</strong> del dono ricevuto</em>. Celebratelo con tutta la &#8220;famiglia&#8221;, per crescere e rispondere insieme alle chiamate dello Spirito nella società odierna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il documento “Vita Consecrata”</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Nell’Esortazione Apostolica <em>Vita Consecrata</em>, rispondendo alla domanda sul rapporto tra consacrazione battesimale e quella “religiosa”, Giovanni Paolo II scrive:</p>
<p style="text-align: justify;">«Tutti i fedeli, in virtù della loro rigenerazione in Cristo, <strong><em>condividono</em></strong> una comune dignità; tutti sono chiamati alla santità; tutti cooperano all’edificazione dell’unico Corpo di Cristo, ciascuno secondo la propria vocazione e il dono ricevuto dallo Spirito».</p>
<p style="text-align: justify;">Ne sono nati nuovi rapporti, per cui «le vocazioni alla vita laicale, al ministero ordinato e alla vita consacrata […] sono al <strong><em>servizio l’una dell’altra</em></strong>, per la crescita del Corpo di Cristo nella storia e per la <strong><em>sua missione nel mondo</em></strong>» (n. 30).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il documento “Ripartire da Cristo”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo documento prende atto che «si sta instaurando un nuovo tipo di comunione e di collaborazione all’interno delle diverse vocazioni e stati di vita, soprattutto tra i consacrati e i laici». E indica alcune linee concrete quando dice che:</p>
<p style="text-align: justify;">«Gli Istituti impegnati sul versante dell’apostolato possono coinvolgerli in forme di collaborazione pastorale» (n. 31).</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quello che ci dicono alcuni documenti circa la collaborazione tra laici e consacrati e la partecipazione dei laici al carisma dell’uno o dell’altro Istituto religioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I laici nell’ambito degli Istituti di vita consacrata</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questa visione ecclesiologica ha aperto la strada ad un rapporto nuovo di <strong><em>comunione</em></strong> tra consacrati e laici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella vita ecclesiale ci sono laici che chiedono di <strong><em>condividere</em></strong> con gli Istituti religiosi la loro <strong><em>spiritualità</em></strong> e <strong><em>missione</em></strong>, animati dal carisma del Fondatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo l’Esortazione apostolica <em>Vita consecrata</em> questa esperienza di comunione non è soltanto l’occasione per una migliore attuazione del lavoro apostolico e pastorale, ma l’occasione per una <strong><em>autentica e positiva fecondazione reciproca</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una fecondazione reciproca</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I laici</strong>, condividendo i valori fondamentali del carisma,</p>
<p style="text-align: justify;">«saranno introdotti all’esperienza diretta dello spirito dei consigli evangelici, e saranno così incoraggiati a vivere e a testimoniare lo spirito delle beatitudini, in vista della trasformazione del mondo secondo il cuore di Dio» (n. 55).</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I consacrati</strong>, da parte loro, saranno portati ad approfondire, grazie al contributo dei laici, alcuni aspetti del loro carisma. Un carisma non è statico, ha una sua forza interna che costantemente si sviluppa e in determinate condizione emergono suoi aspetti inediti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La comunione con il laicato come prospettiva</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il carisma spirituale e apostolico è considerato <strong><em>dono</em></strong> alla Chiesa di cui la Congregazione che lo incarna è <strong><em>responsabile</em></strong> ma <strong><em>non proprietaria</em></strong>, e dunque si riconosce che <strong><em>anche</em></strong> dei <strong><em>laici</em></strong> possano farlo <em><strong>proprio</strong> a seconda del loro stato di vita</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">«Oggi si riscopre sempre più il fatto che i carismi dei fondatori e delle fondatrici, essendo stati <em>suscitati dallo <strong>Spirito</strong></em> per il bene di tutti, devono essere di nuovo <em>ricollocati</em> al centro stesso della Chiesa, <em>aperti</em> alla <strong><em>comunione</em></strong> e alla <strong><em>partecipazione</em></strong> di tutti i membri del popolo di Dio» (RdC 31).</p>
<p style="text-align: justify;">È soprattutto la <strong><em>spiritualità</em></strong> ad attirare questi laici ad associarsi attorno a Istituti religiosi, per ricevere <em>“un supplemento d’anima”</em> nel loro impegno cristiano e sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti non ci si incontra soltanto per fare qualcosa a profitto dei giovani o dei poveri, ma si <strong><em>condivide</em></strong> in qualche modo la <strong><em>visione</em></strong>, le <em><strong>motivazioni</strong></em>, la <strong><em>spiritualità</em></strong>, la <strong><em>vita</em></strong>. Il laico <em>non solo sostiene</em> la missione, l’opera, partecipa ad essa, ma è chiamato a <em>condividere la spiritualità</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">In genere si sottolinea il carattere di <em>famiglia carismatica</em> che unisce insieme religiosi, religiose e laici nella comunione, la complementarietà, l’arricchimento reciproco.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la crescita dell’unità della “famiglia” si trovano modi di incontro e di informazione e formazione comune; come quello che stiamo facendo, per esempio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Condividere lo stesso carisma: religiosi e laici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Cosa vuol dire <em>“condividere”</em> il carisma con i laici? Si è abituati a pensare, di solito che il carisma del fondatore e della fondatrice sia una realtà di cui religiosi e religiose sono detentori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il documento <em>Mutuae relationes</em> parla invece del carisma come di</p>
<p style="text-align: justify;">«un’<strong><em>esperienza</em></strong> dello Spirito, <strong><em>trasmessa</em></strong> ai propri discepoli per essere da questi: vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita».</p>
<p style="text-align: justify;">Il carisma comporta</p>
<p style="text-align: justify;">«anche uno <strong>stile particolare</strong> di <strong>santificazione</strong> e di <strong>apostolato</strong>, che stabilisce una sua determinata tradizione in modo tale che se ne possano <em>convenientemente <strong>cogliere</strong></em> gli <em>elementi oggettivi</em>» (n. 11).</p>
<p style="text-align: justify;">Se questo è il carisma, quando ci viene domandato: «Qual è il carisma del tuo fondatore, della tua fondatrice?», sarebbe fortemente <strong><em>riduttivo</em></strong> rispondere indicando un <em><strong>fine</strong></em>, un’<strong><em>azione</em></strong>, un <strong><em>compito</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovremmo sempre <strong><em>raccontare un’esperienza</em></strong>, l’esperienza di lui, di lei, la sua scelta di vita, le intenzioni fondanti, le motivazioni ideali.</p>
<p style="text-align: justify;">Fondatori e fondatrici hanno fatto una <strong><em>particolare esperienza di Dio nello Spirito</em></strong>, si sono lasciati condurre da lui in una nuova comprensione del mistero di Cristo, del Vangelo, della vita cristiana, fino a delineare la fisionomia di un’opera che si esprime in un <strong><em>determinato servizio alla Chiesa e alla società come risposta ai segni dei tempi</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esperienza di Dio dei/delle fondatori/fondatrici, è per sua natura, <strong><em>comunicativa</em></strong>, ha una <strong><em>valenza collettiva</em></strong>, viene <strong><em>partecipata</em></strong> ad altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Cioè non rimane qualcosa di isolato che riguarda soltanto chi l’ha fatta.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa esperienza contiene come un <strong><em>codice genetico</em></strong> destinato a restare, a durare. Non solo, l’energia di questo codice resta viva, e quindi lo rende capace di <em><strong>essere riattualizzato in maniera sempre creativa</strong></em> dai seguaci di <strong>ieri</strong>, di <strong>oggi</strong> e di <strong>domani</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I contenuti di questa esperienza costituiscono quello che abitualmente chiamiamo “<em><strong>carisma del fondatore</strong></em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensando a questa <strong>valenza collettiva</strong>, parliamo piuttosto di “<strong><em>trasmissione di una esperienza</em></strong>” da parte del/della fondatore/fondatrice, invece che di trasmissione del carisma da parte del/della fondatore/fondatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Dire che trasmettono il carisma è improprio in quanto <strong><em>essi non sono detentori del carisma</em></strong>; lo <strong>ricevono</strong> e lo <strong>vivono</strong>, ma <em>il dono li trascende, rimane sempre dono <strong>libero</strong> dello Spirito</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fondatori e fondatrici ne sono soltanto gli strumenti per il suo esercizio nella Chiesa, ne sono <strong><em>servitori</em></strong>, ma <strong><em>mai padroni</em></strong>. Per questo essi possono <strong><em>testimoniare</em></strong> il carisma ricevuto, mostrarne <em>la ricchezza</em>, <em>la bellezza</em>, <em>l’efficacia</em> e con questo <strong><em>attirare</em></strong> altri e <strong><em>suscitare</em></strong> il <strong><em>desiderio</em></strong> di <em><strong>condividere</strong></em> la medesima esperienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni <em>nuovo membro</em> della famiglia religiosa che nasce attorno al fondatore/fondatrice ha una <strong><em>vocazione personale da parte di Dio</em></strong>, nella quale si ritrovano, in maniera analoga, gli stessi elementi di quella suscitata nel fondatore/fondatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">È una sintonia, una consonanza vocazionale e carismatica <em><strong>infusa</strong> dallo Spirito Santo</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il carisma non è una realtà che appartiene alle persone consacrate e di cui esse possono usare e disporre a loro piacimento</em>. È un dono ricevuto di cui nessuno può appropriarsi e che sempre sorpassa la persona che lo riceve.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso non si può pensare che siano le persone consacrate a <strong><em>rendere partecipi i laici del proprio carisma</em></strong>. Analogamente a quanto avviene per esse, <strong><em>sarà lo Spirito</em></strong> che <strong><em>dona</em></strong> anche ai laici il carisma che è stato ricevuto dai consacrati.</p>
<p style="text-align: justify;">È lo Spirito che li chiama a <strong><em>condividere</em></strong> una esperienza particolare di vita evangelica.</p>
<p style="text-align: justify;">Certo da parte delle persone consacrate occorrerà, come lo è stato per i fondatori e le fondatrici rispettive, saper testimoniare una esperienza di vita, mostrarne</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>• la ricchezza</strong><br />
<strong> • la bellezza</strong><br />
<strong> • l’efficacia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">e con questo attirare e suscitare il desiderio di condividere la medesima esperienza. <em>Ma questo vale anche per gli stessi laici, che possono diventare strumento di attrazione per altri alla vita consacrata</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso il fondatore e la fondatrice sono persone consacrate o, nel caso dei fondatori, a volte anche sacerdoti. Inoltre abitualmente essi trasmettono la loro esperienza a persone che a loro volta si sentono chiamate alla consacrazione o al sacerdozio.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo farebbe pensare, in un primo momento, che le sua modalità di attuazione siano esclusivamente nella linea della vita consacrata. Ma  il fatto che l’esperienza carismatica in un primo tempo sia stata incarnata in una modalità religiosa <strong><em>non significa che tale modalità esaurisca le potenzialità insite nel carisma</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il carisma, sotto questo profilo, <strong><em>precede</em></strong> la <em>sua modalità di attuazione</em> e può essere vissuto in <strong><em>modalità consacrata e in modalità laicale</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi laici sono chiamati a testimoniare il carisma a tal punto da suscitare vocazioni laicali e anche consacrate all’Istituto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Conclusione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Condividere un carisma particolare è una vocazione speciale a cui alcune persone sono chiamate all’interno della vocazione fondamentale cristiana. Vi si aderisce per vocazione, la cui autenticità deve essere verificata attraverso il discernimento. La condivisione al carisma non è quindi la partecipazione a una compagnia di lavoro, né a un <em>club</em> di interesse sociale e religioso comune. È la partecipazione alla vita dello Spirito, <strong><em>che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un’angolatura speciale</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<p><strong>Liturgia</strong><br />
<strong>Insieme costruiamo la Vita</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong><em>Segni: alcuni fogli di giornale, terra, semi, candeline, acqua</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>I ministeri sono la testimonianza viva ed effettiva di voler cambiare tutte le pratiche sociali, economiche e politiche contrarie al Regno di Dio annunciato da Gesù di Nazaret. Il suo gesto di lavare i piedi ai suoi discepoli (cfr. Gv 13,12-15) non è soltanto un servizio, ma una sfida a costruire una “società altra” le cui fondamenta sono i valori del Regno.<br />
Le piccole comunità cristiane, sin dagli inizi del proprio cammino, hanno ritrovato nella ministerialità il modo di continuare nella storia il messaggio di liberazione proclamato da Gesù nella sinagoga di Nazaret:<br />
“Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19).<br />
I diversi ministeri motivati dalla solidarietà cristiana, nascono dal desiderio profondo di rendere visibile (reale) una società più fraterna, giusta e degna per tutti e tutte le persone. Un desiderio che nasce dall’amore profondo per i piccoli e le piccole (cfr. Mt 11,25).<br />
Imboccare la strada della ministerialità porta ad abbracciare la croce. È stata l’esperienza di mons. Daniele Comboni che, nella sua ministerialità verso il popolo africano, scopre il senso profondo della croce. Diventa condizione per la riuscita delle sue opere.<br />
Solo camminando insieme agli impoveriti e alle impoverite della storia la “ministerialità si fa profetica”. Sono proprio loro a mostrarci con chiarezza dov’è il nostro posto come Chiesa e come famiglia comboniana.<br />
Invochiamo la presenza dello Spirito di Gesù di Nazaret. Sia Lui a rendere più sensibile i nostri cuori agli avvenimenti della storia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canto</strong>: Vieni, vieni Spirito di amore</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1. Vedere</strong>: <em>la terra su alcuni fogli di giornali/riviste</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>Su delle strisce di carta scriviamo (parola, verbo o aggettivo), alcuni aspetti della realtà in cui siamo presenti o che sperimentiamo intorno a noi. I foglietti vengono poi letti e collocati intorno alla terra.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>A cori alterni recitiamo il salmo 72 (71)</em></p>
<p style="text-align: justify;">O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;</p>
<p style="text-align: justify;">egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai poveri del popolo renda giustizia, salvi i figli del misero e abbatta l’oppressore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ti faccia durare quanto il sole, come la luna di generazione in generazione</p>
<p style="text-align: justify;">Scenda come pioggia sull’erba, come acqua che irrora la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.</p>
<p style="text-align: justify;">E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.</p>
<p style="text-align: justify;">A lui si pieghino le tribù del deserto, mordano la polvere i suoi nemici.</p>
<p style="text-align: justify;">I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Gloria al Padre&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2. Pensare</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>La realtà, anche nella sua complessità, è piena della presenza del Dio della Vita. La Parola, ascoltata e meditata in comunità, apre non solo la mente ma anche gli occhi e i cuori, per saper discernere e riconoscere i segni di speranza presenti in essa (realtà).</p>
<p style="text-align: justify;">Prepariamoci all’ascolto della Parola con il canto:</p>
<p style="text-align: justify;">Alleluja a alleluja, alleluja a alleluja. (2 volte)<br />
Mokonzi asekwi tosepela, toyembela ye e aleluja!<br />
<em>(Il Signore è risorto, esultiamo, lodiamolo)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lettura</strong>: Apocalisse 22,1-3a</p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. E non vi sarà più maledizione. Parola del Signore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Dopo essere stata proclamata la Parola, una Bibbia viene collocata accanto alla terra. Viene acceso accanto ad essa un cero segno della presenza di Gesù risorto).</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Qualche minuto di silenzio per poter riprendere il testo dell’Apocalisse.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3. Agire</strong>: <em>I semi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Simbolicamente vogliamo lasciare cadere dei semi sulla terra. È il desiderio di voler continuare a seminare, come singole persone e in comunità, per trasformare la realtà&#8230; Vengono accese alcune candeline. È la luce/speranza che illumina la realtà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4. Benedizione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Bagnando le dita nell’acqua ci benediciamo facendo il segno della croce sulla fronte dell’altro/a. L’augurio è che questo incontro sia vita per noi che desideriamo fare un cammino nella famiglia comboniana, acqua che rinfresca l’impegno quotidiano per la vita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Padre Nostro</strong> <em>(tenendoci per mano)</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Canto</strong>: Resta qui con noi</p>
<p>
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		<title>Risonanze su iniziative nel territorio locale</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jun 2019 06:26:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bari]]></category>

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		<description><![CDATA[In data 30 aprile si è tenuto il quarto incontro del ciclo “Martedì della conoscenza” organizzato dai Missionari Comboniani di Bari dal titolo “Appunti di Diritto Migratorio: Protezione, Accesso, Limiti” nel quale Uljana Gazidede, avvocato del Foro di Bari, ha tratteggiato le problematicità legali esistenti nella disciplina del diritto migratorio. Una materia che vede, oggi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">In data 30 aprile si è tenuto il quarto incontro del ciclo “Martedì della conoscenza” organizzato dai Missionari Comboniani di Bari dal titolo “Appunti di Diritto Migratorio: Protezione, Accesso, Limiti” nel quale Uljana Gazidede, avvocato del Foro di Bari, ha tratteggiato le problematicità legali esistenti nella disciplina del diritto migratorio.<br />
Una materia che vede, oggi, molti settori devoluti alla competenza legislativa dell’Unione Europea nell’ottica di realizzazione di una politica immigratoria comunitaria <em>nell’equo trattamento dei cittadini dei paesi terzi regolarmente soggiornanti negli Stati membri</em> (art. 79 TFUE) a cui questi devono, quindi, conformarsi, residuando la loro potestà solo negli ambiti specificamente previsti dai Trattati.<br />
Tuttavia, tale normativa soffre, ancora, di un’applicazione frammentaria e farraginosa a livello governativo nazionale che genera un iter complesso e poco trasparente pregiudicante l’accertamento della regolarità degli ingressi e, di conseguenza, il rilascio dei permessi di soggiorno o di una qualche forma di protezione giuridica in favore degli immigrati.<br />
L’avv. Gazidede, originaria di Durazzo, rappresenta una fetta di storia dell’immigrazione albanese in terra di Bari che ha provato sulla propria pelle cosa significa scappare dal proprio Paese per ragioni forzate, dover essere ammessi da uno Stato e doversi inserire in contesti diversi da quelli di appartenenza: circostanze che hanno alimentato in lei il desiderio di accompagnare la popolazione albanese e chi non è comunitario sulla strada diretta al riconoscimento di quei diritti che dovrebbero esserlo per natura, come il semplice fatto di “essere”, “stare” su una parte di Terra, di migrare, per l’appunto: diritto che, invece, risulta essere, da sempre, una prerogativa di una sola fetta di mondo e una negazione per la restante parte.<span id="more-3230"></span><br />
A seguito di uno studio condotto con l’obiettivo di conoscere la percentuale delle nazionalità straniere presenti sul territorio pugliese e le loro condizioni di vita, la relatrice racconta di aver constatato che un alto numero di persone non comunitarie erano sprovviste di un titolo di soggiorno, finché si imbatte in un ragazzo con un provvedimento di rifiuto della cosiddetta emersione, ossia una sorta di procedura giuridico amministrativa di regolarizzazione del proprio <em>status</em>. L’emersione più importante è stata quella prevista dalla Bossi-Fini del 2002 che accordava la sanatoria con il rilascio dei permessi previa autodichiarazione ma che, di fatto, si risolse in un mero risanamento delle casse erariali, considerati l’alto numero di esiti negativi e il contributo di € 1000 richiesto per la presentazione della domanda: l’avvocato precisa che solo la prefettura di Bari ebbe 33.000 domande!<br />
Da qui scaturisce l’interrogativo spontaneo sulla motivazione di quegli esiti e il motore della sua azione forense.<br />
La risposta sembra risedere non tanto nel difetto di normative quanto nella contraddizione tra disposizioni giuridiche e tra esse e pratiche burocratiche.<br />
Sebbene esistano previsioni di garanzia esse vengono disattese o svuotate di significato da un meccanismo amministrativo intricato, pieno di cavilli burocratici capaci solo di generare, a catena, vizi giuridici impeditivi l’emissione di un titolo di soggiorno o il ricorso alla procedura di regolarizzazione o lo stesso accesso alla giustizia da parte degli immigrati. Il tutto alimentato da un <em>establishment</em> italiano costellato da politiche, giudizi, contegni orientati a limitare l’inserimento straniero perché interessato a tutelare nazionalità e confini piuttosto che le persone.<br />
Questo lo si percepisce già dall’attribuzione della gestione delle operazioni di cosiddetta prima accoglienza, dei flussi d’ingresso, alla competenza della Questura, come fosse questione di pubblica sicurezza. Oppure dalla illogica esistenza del reato di clandestinità tutto italiano, una fattispecie incriminatrice subdola, a doppia condotta, che punisce sia l’ingresso non autorizzato sia la permanenza e da cui non puoi uscire impunito salvo la configurazione di casi derogatori specificamente previsti, che ovviamente vanno accertati con tutta la difficoltà dell’assistenza in tali procedure.<br />
Le anomalie fioccano a partire dalle verifiche di rito delle condizioni per il rilascio dei permessi che, nella realtà, sono poco garantiste perché non vengono eseguite a misura di migrante: l’avv. Gazidede riporta come, per esempio, le cosiddette interviste, previste, in teoria, per conoscere provenienza, dati anagrafici e storia di chi giunge nel nostro Paese, vengono effettuate in modo repentino, riducendosi, spesso, a una mera compilazione di modelli prestampati, senza l’ausilio di un mediatore interculturale, un interprete o un soggetto capace di comprendere la portata dell’atto amministrativo e spiegarla al destinatario che, il più delle volte, teme di rilasciare generalità o apporre firme perché non comprende ciò che pone in essere.<br />
La materiale redazione del decreto, poi, non avviene per mano dello stesso Questore ma delegata a degli agenti. Logicamente, tutto ciò comporta l’aumento del rischio di errori, con l’attribuzione di generalità sbagliate o anche <em>alias</em> – vietato dal nostro ordinamento – o della maggiore età a ragazzi palesemente minorenni: sostanzialmente gli atti nascono da subito con una patologia giuridica che, di sovente, nemmeno sono comunicati ai destinatari, vuoi per svista vuoi per l’irraggiungibilità dell’indirizzato a causa di quegli errori. Tali alterazioni hanno rappresentato, a loro volta, le ragioni più ricorrenti che hanno giustificato il rigetto della domanda di emersione perché risultava la dichiarazione di dati personali falsi.<br />
Altra assurdità di sistema affiora nel prosieguo del procedimento decisorio sul provvedimento di diniego e respingimento: entro le 48 ore dall’intervista, il decreto deve essere convalidato dal Giudice, nello specifico il Giudice di Pace, che è il soggetto giurisdizionale individuato per legge come competente a trattare tale materia ma che, in realtà, non è quello più adatto perché sono giudici non togati “reclutati” in base a una graduatoria formata sulla mera candidatura da parte di giuristi – spesso “solo” o nemmeno avvocati – i quali non hanno e non possono avere, sempre, una cognizione così tecnica e settoriale che già difetta tra i magistrati delle giurisdizioni superiori in possesso del titolo. Chiaramente, questo assetto è fonte di ulteriori effetti pregiudizievoli per i migranti giacché si presta ad una trattazione e a una decisione superficiali ed i Giudici, come riferisce l’avv. Gazidede, vengono finanche con l’idea di dover semplicemente ratificare, nonostante la presenza di palesi violazioni di legge.<br />
E ciò è ancora più irragionevole e inumano se paragonato alla procedura penale italiana per l’accertamento dei reati dove, invece, l’indagato o chi è destinatario di un ordine d’arresto è titolare e beneficia, in concreto, di una serie di cautele di legge, primo fra tutti il diritto d’informazione a garanzia dell’effettività del diritto di difesa ex art. 24 Cost. E, infatti, proprio tale discrasia ha rappresentato la chiave di svolta nella ricerca, da parte dell’avv. Gazidede di una soluzione giuridica idonea a porre rimedio alle derive del sistema, rappresentata dall’art. 13 T.U. sull’Immigrazione che, al comma 7, dispone la comunicazione e la traduzione, in una lingua comprensibile all’interessato, del decreto di espulsione o di ogni altro provvedimento riguardante l’ingresso e il soggiorno: evidentemente perché questi atti devono essere conosciuti dal destinatario per produrre effetti, a salvaguardia del consapevole contraddittorio.<br />
E così l’avv. Gazidede testimonia il duro percorso di azioni giudiziarie di impugnazione dei decreti che, man mano, ha aperto una breccia nella giurisprudenza, sempre più concorde nel concludere per la dichiarazione di nullità <em>ab origine</em> di questi atti, ossia come se non avessero mai prodotto effetti nella sfera giuridica di destinazione.<br />
In questo modo, in teoria, il soggetto poteva essere riammesso nelle condizioni di accesso alla sanatoria senonché, Prefetti e Questori (in sostanza il Governo) lo negavano sulla scorta un’ulteriore contraddizione dispositivo-amministrativa ingenerata dal fatto che la nullità inficiava il decreto e non l’accompagnamento alla frontiera – di fatto disposto – che comportava, a sua volta, l’applicazione dell’art. 13 c. 13 T.U. sull’Immigrazione agli effetti del quale la persona destinataria di un provvedimento di espulsione può rientrare nel territorio statale solo previa speciale autorizzazione del Ministro dell’Interno oppure deve attendere la durata prevista dal Decreto, tendenzialmente decennale, data, anch’essa, senza criterio e proporzionalità al caso specifico.<br />
E, da qui, l’ulteriore battaglia legale dell’avv. Gazidede fino alla rivoluzionaria sentenza TAR la quale afferma l’illegittimità dei decreti di espulsione adottati in violazione di principi o procedure di legge e dichiarati nulli <em>ab origine</em> sulla base di un concetto giuridico di base: se un provvedimento nasce nullo tutti gli atti successivi devono considerarsi come non posti in essere e, quindi, la stessa esecutività data dall’accompagnamento alla frontiera.<br />
Pertanto, si è eretto un sistema – un po’ volontariamente, un po’ per negligenza – che crea irregolari, frutto anche dell’ottica di dover combattere un’invasione, di essere al collasso anche se i numeri dicono un’altra cosa: secondo l’Agenda Europea dell’Immigrazione delle 11.000 persone sbarcate in Europa solo 5.000 sono approdati in Italia.<br />
Tuttavia, automatismi insani e ostruzionistici sono ancora destinati a crearsi.<br />
L’ultimo Decreto Sicurezza restringe le maglie dell’accoglienza eliminando il fiore all’occhiello del sistema SPRAR, l’apparato di seconda accoglienza previsto e strutturato per rendere i migranti risorse attive nel e per il territorio, discorso risultato, evidentemente, poco conveniente perché assorbe tempo, energie economiche e chance potenziali per gli “Italiani”.<br />
È venuta meno, altresì, la protezione umanitaria, disposizione che, oltre ad essere di per sé limitativa, ha comportato la produzione di ulteriori pretesti burocratici che hanno applicato la nuova normativa abrogativa anche alle domande di riconoscimento di tale <em>status</em> giuridico presentate prima della sua entrata in vigore, solo perché non ancora definite entro quella data. Questo fino a una pronuncia della Corte di Cassazione che si è espressa in favore dell’applicazione della disciplina precedente.<br />
Per di più ora la stessa cittadinanza è revocabile e, se succede, normalmente si diventa apolidi e se, invece, accade a chi è privo di documenti e delle autorizzazioni di legge per le svariate ragioni sin qui descritte cosa si diventa? Clandestini!<br />
Come evidenzia l’avv. Gazidede, si sta ricreando il rapporto tra cittadino e non essere cittadino esistente ai tempi dei Romani. Tuttavia, la tentazione non deve essere quella di sabotare le leggi che non piacciono, anche se ingiuste. La vera sfida è trovare strade legali per sforzarsi di applicarle e farle applicare secondo giustizia e la logica che il caso concreto richiede o intraprendere vie democratiche per modificare e migliorare quelle “insalvabili”.<br />
E la testimonianza di Uljana è segno della possibilità di liberare i Diritti dalle pastoie dei processi sistemici insani, di essere, soprattutto dal piccolo, uomini e donne costruttori di buone prassi per passare da un sistema che agevola irregolarità a un sistema che agevola legalità, da un sistema che crea clandestinità a uno che crea appartenenza.</p>
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